Unione Tafazzi
Ha scritto Marcello Foa sul Giornale che L’anno che doveva cambiare l’Italia di Claudio Velardi è «libro che piacerà molto di più ai lettori di destra che a quelli di sinistra, perché vìola più di un tabù, evidenziando le disillusioni e le tante incogruenze della coalizione costruita attorno a Prodi». Velardi oggi guida Reti, una società di lobbying, public affairs e comunicazione, ma solo qualche tempo fa era l’editore del Riformista (che poi ha ceduto agli Angelucci) e capo dello staff ai tempi del governo di Massimo D’Alema.
In un passaggio del libro, facendo dell’autoironia, lei riconosce di aver sbagliato tutte le previsioni. Però, una, l’ha azzeccata. La sinistra sa solo presentarsi come il partito delle tasse.
Ma non è un’immagine, è la realtà. La sinistra pensa che per drenare le risorse la via giusta sia quella fiscale. Va bene che esiste l’evasione ed è un grave problema, ma procedere di questo passo è un suicidio politico. La cultura di sinistra è occhiuta e oppressiva, così incancrenita che gli italiani se ne accorgono e fuggono.
Per uscire dal pantano?
Si dovrebbe smetterla con questo ritornello sull’evasione. Si dovrebbe invece parlare di libertà d’impresa.
Libertà? è la parola preferita di Berlusconi.
Già, e gliela abbiamo regalata noi.
Perché non ve la riprendete?
Magari. Ci vorrebbe un’esplosione, qualcosa che scompaginasse gli assetti attuali. Altrimenti la sinistra rimane quella che conosciamo oggi: uno squallore.
Oscar Giannino ha scritto su Tempi che questa Finanziaria illiberale non è una manovra in cui si è vista la sconfitta dell’ala riformista a vantaggio di quella massimalista. Perché, in realtà, questa Finanziaria rispecchia bene quel che la sinistra è. Insomma, la sinistra riformista non esiste.
Più o meno è così. Certo, se non si ingaggia una vera battaglia riformista poi uno inizia a chiedersi: esisteranno mai questi riformisti? Tranne qualche sporadica battaglia ai tempi dei girotondi, possiamo dire che il riformismo in Italia non s’è mai visto. D’altronde, per come è stata impostata l’ultima campagna elettorale, era inevitabile che si arrivasse alla situazione odierna.
La sinistra sbaglia perché «cerca di infilare il mondo nei suoi vestiti» scrive nel libro. Dice che ci vorrebbe un leader come Zapatero o Blair, proprio due dei leader su cui la Rosa nel Pugno ha incentrato la sua di campagna elettorale. Hanno preso il 2 per cento. E dopo hanno iniziato a litigare per decidere che cosa fossero.
È vero, ma chiediamoci: perché? Il sistema politico italiano è strutturato in modo tale che nuove leadership sono impossibili. Una guida per la sinistra non potrà mai nascere dall’interno. Deve emergere da qualcos’altro, che non siano gli attuali partiti. Un po’ come la Lega di Bossi che tutti prendevamo per pazzo quando girava per le valli bergamasche parlando di padania.
Allora, però, la “politica ufficiale” era in grave crisi.
Certo, dopo Mani pulite il ceto politico ha fatto blocco per mantenere lo status quo. Il sistema si è corazzato.
Quindi?
O la rivoluzione, che però non mi auguro perché tutti viviamo bene nello stato attuale delle cose…
Oppure?
Oppure si va per le lunghe.
Insomma, la sinistra riformista non esiste.
Oggi no, non c’è. Però io sono un inguaribile ottimista.
Non c’è, ma ci sarà. Come fa a dirlo?
Perché gli italiani sono oggi più moderni della loro classe politica. Non è stato sempre così: durante la prima repubblica chi ci rappresentava in parlamento era più all’avanguardia del paese.
Questa degli italiani più progrediti di chi li guida è un altro dei refrain radicali.
La Rosa nel pugno implode per scazzi partitocratici, per problemi di posti. Capezzone, ad esempio, è un bravo figliolo, con idee. Ma anche lui è un ingranaggio dello schema.
Però ha fatto il tavolo dei volenterosi.
Sì, e siccome ci vanno tutti si risolverà con un nulla di fatto.
Qualcosa di buono di questo governo?
Il decreto Bersani e la missione in Libano vanno bene. Li hanno fatti quando stavo mandando in stampa il libro. Quasi quasi mi ricredevo. Mi son detto: vuoi vedere che sto sbagliando tutto un’altra volta?
E invece?
E invece non mi sbagliavo. Sono radicalmente pessimista.
Cosa le ha fatto ricambiare idea? Il caso Telecom?
No, a dir la verità, no. Chiariamoci: la vicenda è stata gestita in maniera confusa, ma che un governo non si debba occupare di queste cose mi sembra un’ipocrisia.
Ai tempi del governo D’Alema Guido Rossi disse che voi eravate una «merchant bank dove non si parla inglese».
Magari oggi ci fosse la merchant bank! E che parli pure inglese!
Mi dica “qualcosa di sinistra”. Chi è il miglior comunicatore politico in Italia?
Berlusconi.
Che fa, sfotte?
Ma no, è vero, gli va riconosciuto. Io non voto e non voterò mai il Cavaliere, però è indubbio che è il politico con il maggior fiuto. È uno che sa guardarti nelle palle degli occhi e poi ha questa leggendaria capacità di ricordarsi tutto: compleanni, nomi dei figli, attività. Glielo invidio.
Però?
Però anche lui è prigioniero del suo personaggio. Quando fa il politico convince gli avversari ma scontenta i suoi. Quando fa il Berlusconi fa incazzare la sinistra ma galvanizza i fan. Una contraddizione lacerante.
Ecco, qualcosa quasi di sinistra. E il partito democratico?
Come logo dovrebbe avere Tafazzi.
Perché?
Potenzialmente potrebbe raccogliere il 35 per cento dei consensi, ma se la stanno giocando nella maniera peggiore, riducendolo a una questione di beghe da corridoio. Il Pd si farà, ma nella maniera peggiore.
C’è almeno una cosa buona che ha fatto la sinistra?
Una ci sarebbe.
Dica.
Aver proclamato la vittoria la notte del 10 aprile in piazza Santi Apostoli, quando ancora non si era certi di avere la maggioranza dei voti.
E questa sarebbe la cosa migliore?
Certo, così ha costretto il Cavaliere a giocare in difesa. Il segreto in politica è sempre e uno solo: dire le cose perché accadano.
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