Piccoli medi incazzati
Vicenza
L’Italia s’è desta. Anzi. A dirla tutta, a Vicenza l’Italia che lavora si è pure incazzata. Così, il 21 ottobre, sotto un’impietosa pioggia battente, i non pochi sorrisini che da più parti avevano accompagnato la chiamata alla protesta “on the road” del governatore veneto Giancarlo Galan, si sono dovuti smorzare impattando nel miracolo di una piazza più zeppa che zuppa. In effetti, è soprattutto questa Piazza dei Signori gremita contro la Finanziaria che colpisce, affollata di gente normale più che di militanti, gente che mai si era occupata di cortei se non guardando il telegiornale. Fra famiglie, giovani e anziani, sotto la ressa degli ombrelli aperti si incrociano anche quei famosi imprenditori di cui tutti parlano, quelli che nel Nordest hanno messo su piccole aziende ovunque. E al passaggio degli anomali dimostranti verso il luogo del raduno i commercianti escono ad applaudire e i clacson strombazzano per incoraggiare.
Pochi giorni prima, migliaia di professionisti si erano autoconvocati a Treviso, così come centinaia di imprenditori a Montebelluna. E decine di manifestazioni di protesta sono già annunciate nelle città venete. Lanciando l’appello per Vicenza al di fuori dei soliti schemi della contrapposizione politica, Galan ha inteso infatti rivolgersi «a tutti i cittadini del Veneto, a qualunque partito essi facciano riferimento, a qualunque sindacato o associazione appartengano». E Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi hanno risposto.
In piazza contro il centralismo
Vendemiano Sartor, presidente regionale della Confartigianato è in piazza innanzitutto «per una questione di metodo»: «Non siamo stati avvisati nemmeno delle misure che toccano solo gli artigiani! Ad esempio, mentre i temi generali della previdenza sono stati fatti slittare, i nostri contributi previdenziali vengono unilateralmente aumentati». D’accordo Danilo Turato, architetto: «Le professioni chiedono di avere un confronto. La manovra è presentata come equità sociale, ma questo obiettivo non si può mai raggiungere se non è stato concordato, né discusso». Come nel caso della prevista (e imposta) modifica degli studi di settore: «Il governo», sbotta Walter Dalla Costa a nome degli artigiani di Padova, «non può pretendere di sapere, dal di fuori, come va il bilancio di un’azienda».
I 700 mila ipertartassati
Da queste parti è tutta la manovra ad apparire, come dice Galan, «iniqua e ingiusta», perché costruita apposta «per colpire le imprese e i lavoratori del Nord». Il governatore ha calcolato oltre 700 mila contribuenti Irpef tartassati fra Veneto e Lombardia, ipotizzando, vista anche la modifica degli studi di settore, un «aumento medio della pressione fiscale di 150 euro per cittadino» a fronte di un taglio della spesa che inciderà nel bilancio regionale «per 341 milioni di euro». «E ci sono 2 miliardi di euro di differenza negativa», continua Sartor, «fra il beneficio del cuneo fiscale da un lato e, dall’altro, i maggiori oneri derivanti dalla revisione degli studi di settore e dagli aumenti dei costi di previdenza e degli apprendisti». Il presidente di Unindustria di Padova, dal canto suo, aveva denunciato l’impatto «devastante» di misure ambientali quali lo “stoccaggio zero”, «molto penalizzante per le aziende che non possono accumulare gli scarti», quantificando poi in ben 5 milioni di euro il costo della riforma del Tfr per le sole imprese padovane, oltre alla maggiore difficoltà di accesso al credito. Unanime nel mondo produttivo veneto è l’ansia per lo slittamento delle infrastrutture, con specifico riferimento alla mancanza di «investimenti fondamentali come la realizzazione immediata del Corridoio 5». E c’è anche chi non fa mistero di scandalizzarsi proprio per l’atteggiamento di Montezemolo e soci. «Sono qui», spiega a Tempi Guglielmo Bedeschi, storico imprenditore patavino, «perché Confindustria dovrebbe rappresentarci e invece, subendo questa situazione, ci prende in giro». C’è poco da fare, «se queste persone arrivano ad andare in piazza – scandisce Dino Menarin, presidente della locale Camera di Commercio – significa che hanno la sensazione di essere penalizzati». Dal palco, Silvio Berlusconi individua la causa politica di quest’attacco all’imprenditoria nella «vittoria dei valori della sinistra massimalista», che ha imposto «la sottomissione allo Stato» della società, la quale torna a essere ripensata con categorie classiste. Così è, non ha mancato di sottolineare il leader della Cdl, «perché è stata rifiutata l’offerta di un tavolo comune e temporaneo su alcune priorità».
La polizia fiscale di Romano & co.
«Prodi, smettila d’insultarci!». Così recita un eloquente cartello appiccicato su un’ombrello che ripara dalla pioggia di Vicenza. E il presidente degli artigiani veneti sbotta: «Dire che gli imprenditori sono tutti evasori fa arrabbiare! Esiste un atteggiamento inquisitorio nei nostri confronti e si sta creando un sistema opprimente di polizia fiscale che alimenta una sorta di terrorismo psicologico. Che oltretutto non ha ragion d’essere, visto che nel Veneto il 90 per cento delle dichiarazioni degli artigiani è coerente con gli studi di settore. Perché allora questa inquisizione?». Sartor conferma il j’accuse di Berlusconi, ripreso poi da Carlo Giovanardi nel denunciare la presenza di un vero e proprio «livore ideologico contro il lavoro». Un pregiudizio della sinistra massimalista stroncato anche da Gianfranco Fini: «Non hanno capito – ha spiegato a margine della manifestazione – che quelli che chiamano “padroncini” in nove casi su dieci prima di mettersi in proprio e diventare imprenditori sono stati a loro volta operai. La loro logica classista è suicida». Col risultato che la Finanziaria, denuncia Pino Bisazza, ex presidente degli industriali vicentini «deprime le società produttive». E che «questo atteggiamento dettato dal pregiudizio ideologico – non si stanca di puntualizzare Sartor – non rimane neutro, ma mortifica la voglia di intraprendere. Ma attenzione a inseguire i falsi miti dell’aiuto dei più deboli con mere logiche redistributive. Se la ricchezza non viene prodotta non può essere nemmeno distribuita». «Di più», chiosa l’architetto Turato, «colpendo le professioni, si penalizzano soprattutto categorie fragili come i giovani. Nelle professioni tecniche il 50 per cento è iscritto da meno di 10 anni. Altro che privilegiati! Chi colpisce gli autonomi, ostacola l’accesso al lavoro di chi ne ha più bisogno».
Insomma, proprio «nel momento in cui stiamo facendo uno sforzo di innovazione per una maggior competitività», conclude il presidente della Camera di Commercio vicentina, «non solo non vediamo un’attenzione per favorire la ricerca e una più efficace concorrenzialità delle nostre imprese, ma assistiamo addirittura ad un accanimento nei confronti del Nordest. è il segno che non siamo valutati per l’apporto reale alla produzione di ricchezza e di occupazione».
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