Per salvare l’Italia dalla perdizione ci vuole una Grande Coalizione
Ci sono cose che si capiscono da addetti ai lavori, ma che spesso contraddicono dati elementari di realtà e talvolta persino il tanto disprezzato buon senso comune. È ciò che accade in questi giorni con i diffusi, isterici rifiuti di discutere l’ipotesi della Grande Coalizione, sobriamente avanzata da Silvio Berlusconi, con la subitanea precisazione che egli non si sarebbe candidato a farne personalmente parte. Anche un bambino saprebbe spiegare che non sarebbe né agevole, né opportuno, nel caso di implosione del governo Prodi, tornare immediatamente alle urne.
È sotto gli occhi di tutti che le ragioni dell’impasse stanno nella malattia originaria che il nostro bipolarismo si porta dietro da quando è nato: le coalizioni degli opposti e il peso delle forze marginali nel determinare le scelte delle alleanze. Nel caso del centrosinistra l’evidenza è marchiana. È una coalizione nella quale le distanze sui fondamentali, politica economica e politica internazionale, sono siderali e, alla lunga, non mediabili. L’origine del male sta anche nel fatto che, quando una quindicina di anni fa sono scomparsi i partiti su cui si era incardinato il primo cinquantennio di storia repubblicana, sono stati irrisi i pochi che forse avevano colto nel segno pensando che solo un nuovo processo costituente avrebbe consentito all’Italia di uscire dal combinato disposto crollo del Muro di Berlino-Tangentopoli con le storture che ne sono derivate, le improvvisazioni e gli odi che ancora ci accompagnano.
Grande Coalizione (cioè una alleanza limitata nel tempo tra le forze fondamentali del nostro sistema politico) potrebbe voler dire tre cose. Primo: governare l’Italia con una maggioranza in grado di fare alcune riforme che ridiano forza competitiva al paese smontando le rendite corporative. Secondo: sarebbe la condizione necessaria per ridisegnare il bipolarismo italiano come competizione tra culture di governo. Infine sarebbe la precondizione per avviare un processo costituente (quello sì) levatore della ricomposizione delle famiglie politiche italiane, dal quale probabilmente nascerebbero due grandi formazioni: una popolar-conservatrice e una democratico-riformista (formazioni che se lasciate al dibattito di queste settimane o non nasceranno o saranno davvero poca cosa). Da questo processo emergerebbe anche una sinistra laburista, pacifista, no global, significativamente importante, come pure qualcosa di non irrilevante nascerebbe a destra. Potremmo finalmente entrare in una dimensione di lotta politica europea. La Grande Coalizione sarebbe perciò il prodromo di un obiettivo che una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe porsi: restituirci le ragioni del nostro essere una comunità e non sempre e solo mondi separati che si detestano. Per fare questo, sia chiaro, occorrono dei leader, non dei montezemoli ambiziosetti.
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