Coda alla cassa

Di Bottarelli Mauro
02 Novembre 2006
Con la solita scusa della difesa dell'italianità, si infittisce la folla di quelli che spingono per infilare Esselunga nelle sporte della Coop La resistenza di Caprotti e l'interesse degli inglesi spaventano i bolognesi (e un po' anche il governo)

Il primo grido di dolore è arrivato dal ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro: «Mi auguro che Esselunga possa rimanere in mano italiana. Dobbiamo fare di tutto per cercare di creare, magari attorno a Esselunga, soggetti interessati a promuovere la distribuzione italiana». In un paese liberale si chiamerebbe protezionismo, qui difesa dell’italianità. Ma cosa succede? Succede che il gruppo facente capo alla famiglia Caprotti, 150 punti vendita e 4,4 miliardi di fatturato all’anno, sarebbe in trattative per cedere le sue attività al gigante britannico Tesco, già presente oltre che in patria anche in Cina, Giappone, Malaysia e Turchia.
Un allarme, quello di De Castro, amplificato (non senza una buona dose di interesse privato in appello pubblico) da Luigi Marino, presidente di Confcooperative, secondo cui «l’italianità della grande distribuzione organizzata significa difesa del made in Italy. L’Italia non è più terra di conquista». Già, perché al gruppo bolognese la catena Esselunga fa gola. Molta gola. E non da oggi. Ne sa qualcosa il patron Bernardo Caprotti, che due settimane fa, per ribadire il proprio no al corteggiamento ‘rosso’, ha comprato uno spazio pubblicitario sui principali quotidiani italiani con il quale sanciva la totale inconciliabilità tra i due soggetti: per il numero uno del gruppo, «laddove Esselunga non è presente con i suoi supermercati, Coop può praticare prezzi superiori». Altro che difesa dell’italianità.
In effetti Coop avrebbe le risorse finanziarie necessarie per l’acquisizione, nonostante la ricapitalizzazione di Holmo, controllante indiretta di Unipol: l’anno scorso il gruppo, che conta circa 1.300 punti vendita, ha infatti realizzato ricavi intorno agli 11,58 miliardi, con un incremento del 2,5 per cento. E a Londra cosa si dice? Al momento Tesco, come da buona tradizione british, non rilascia dichiarazioni ma da più parti si fa notare che la vera priorità del gruppo rimane quella dei mercati sudcoreano (Samsung Tesco Co. Ltd ha infatti annunciato il suo interesse ad acquisire i punti vendita Carrefour in Corea del Sud) e indiano (attraverso un accordo multimilionario con la Bharti Enterprise, colosso nazionale delle telecomunicazioni, per aggredire una piazza emergente con una strategia di diffusione capillare in stile Wal-Mart). L’accordo con Esselunga si baserebbe su 2-2,5 miliardi di euro e sulla cessione da parte del gruppo Esselunga della sola gestione dei punti vendita, che rimarrebbero di proprietà della famiglia Caprotti attraverso la Fudfina, società finanziaria di gestione partecipazioni il cui capitale il 29 settembre scorso è aumentato da 10 mila a 400 milioni di euro di valore nominale. Quindi le voci di vendita sono, se non confermate, almeno alimentate dal mercato e dalle scelte del gruppo. Guerra di trincea, insomma. Resa ancora più cruenta dall’impressionante performance registrata da Tesco nei primi sei mesi del 2006, con profitti per un miliardo di sterline e aspre polemiche riguardo il ruolo di killer del mercato che la catena avrebbe per i piccoli negozi. Sulla questione dovrà esprimersi, entro il mese di febbraio del prossimo anno, la Competition Commission: una sentenza che molti dicono già scritta ma che potrebbe però riservare sorprese gradite ai principali concorrenti come Sainsbury, Waitrose e Morrisons.

Un servizio giornalistico birichino
Comunque sia, i numeri del gigante britannico sono davvero spaventosi: nel primo semestre di quest’anno, aiutato anche dall’estate molto calda e dalla Coppa del mondo di calcio, Tesco ha incassato 1,7 sterline al secondo dai consumatori di Sua Maestà, registrando inoltre un incremento del 12,6 per cento delle vendite nel settore non alimentare, con picchi del 19 per cento in più nell’abbigliamento e del 36 per l’elettronica. Un competitor globale e aggressivo che, oltre a far paura, comincia a dare anche fastidio. Non è un caso che sei giorni dopo la presentazione di questa semestrale da record, Channel 4 abbia mandato in onda un reportage realizzato da giornalisti in incognito teso a dimostrare come quattro fornitori di Tesco, tutti in Bangladesh, utilizzerebbero minorenni nel confezionamento dei capi della linea d’abbigliamento Florence and Fred. Accuse infamanti che l’azienda ha rispedito al mittente, citando i severissimi controlli compiuti regolarmente da organismi indipendenti e sottolineando la faziosità del servizio. Il quale, a dire il vero, si basava su interpretazioni e giudizi personali dei giornalisti: nessuna prova della reale età dei ragazzi, solo impressioni e frasi del tipo «quel ragazzo non può avere più di quindici anni».
Insomma, quello di Channel 4 sembra essere un attacco dal timing perfetto, rivolto proprio alla nuova strategia ‘bio’ lanciata da Tesco con una nuova linea di abbigliamento bio-chic progettata dalla disegner inglese Katherine Hamnett e basata sull’utilizzo di cotone prodotto con sistemi ecologici da cooperative indiane. Un’arma, quest’ultima, che potrebbe risultare vincente in caso di reale interesse di Tesco per Esselunga: Coop infatti ha fatto dell’etica del non sfruttamento del lavoro minorile e della tutela del biologico la propria bandiera, unita alla difesa del made in Italy. Tutte parole d’ordine che toccano i consumatori e ammansiscono la politica verso forme più o meno velate di protezionismo (e che potrebbero far sbarcare anche in Italia, debitamente sottotitolato, lo ‘scoop’ dello scandalo, nel caso gli sviluppi della trattativa lo rendessero utile).
Il fatto, però, è che da questo punto di vista Tesco appare decisamente all’avanguardia: il 78 per cento degli alimenti venduti nei suoi store hanno origine biologica e Soil, l’associazione dei consumatori inglese, ha pubblicamente elogiato la decisione di acquistare carne bovina e suina dal Regno Unito invece che da paesi d’Oltreoceano come l’Argentina, mentre da più parti si fa notare che sui banchi macelleria delle Coop «la carne irlandese la fa da padrona». E sempre la Soil spiega il successo del biologico autoctono in Gran Bretagna: la pressione in tal senso da parte dei clienti che ha permesso all’import di cibi ‘bio’ di discendere dal 24 al 18 per cento.
Pensate quindi che Tesco sia talmente autolesionista da decidere di sbarcare in Italia prescindendo dal nostro patrimonio enogastronomico e puntando sullo Yorkshire pudding? Il problema è il contrario: Oltremanica hanno un’esperienza consolidata nel campo del ‘bio’ e questo potrebbe significare una pesante concorrenza verso Coop, con prezzi più bassi garantiti dal lascito di fornitori consolidati da Esselunga. A far pensare e ripensare gli inglesi, però, ci sarebbero la legislazione italiana sul lavoro e l’ipersindacalizzazione del nostro sistema: Tesco ha spaccato in due il mercato britannico applicando turnazioni che consentissero ad alcuni punti vendita della sua catena di restare aperti 24 ore su 24. Non è difficile immaginare che Cgil, Cisl e Uil, se chiamate a raccolta, scenderebbero volentieri in piazza per gli amici di Coop e contro gli sfruttatori di Albione. Resta, infine, una variabile: il mercato, naturalmente, le cui regole vanno da sempre al di là delle preferenze e delle alleanze.

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