Il treno indiano va veloce. E più diritto di quello cinese

Di Reibman Yasha
02 Novembre 2006

Il governo indiano ha in questi giorni deciso di rendere illegale il lavoro minorile. Ottima scelta, frutto di un lungo lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. La decisione purtroppo rischia di essere il frutto delle buone intenzioni, dal momento che non sembra essere accompagnata da un chiaro programma. Il governo indiano, accusano alcuni media, non avrebbe nemmeno idea di quanti siano i bambini lavoratori, che le Organizzazioni non governative stimano oltre i 20 milioni. Nella sola New Delhi sarebbero un milione. Bambini spesso invisibili poiché utilizzati nei lavori domestici.
Non vi sarebbe nemmeno stato un chiarimento su quale ministero dovrà occuparsi del recupero dei bambini. Ciascuno di essi dovrebbe costare in cibo, abiti ed educazione circa duemila rupie al mese (40 euro) e questo significa che il governo dovrebbe prevedere un budget di 800 milioni di euro. Mica noccioline. Noi dovremmo valutare seriamente se non sia nostro interesse contribuire a questa impresa straordinaria. L’India potrebbe essere per noi quello che noi fummo per gli americani alla vigilia della Guerra fredda, un paese amico da sostenere e coccolare e, in seguito, un buon alleato e un partner con cui concludere ottimi affari. Duecento milioni di musulmani vivono nella democrazia indiana, che rappresenta oggi un baluardo per le libertà (a cominciare da quella religiosa) contro i pericoli provenienti dai regimi ai suoi confini, quelli islamici fondamentalisti e quello cinese (post)comunista.

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