La lezione di Farouq sulla ragione dei musulmani

Di Eid Camille
02 Novembre 2006

In Occidente si allarga sempre di più lo spazio offerto a quei musulmani che la pensano diversamente dalle solite ‘masse’ islamiche teleguidate. Uno di questi è Wa’il Farouq, docente di Studi islamici all’Istituto di Scienze religiose dei copti cattolici al Cairo, che ha parlato la settimana scorsa in Italia del rapporto tra fede e ragione nell’accezione islamica. Secondo Farouq, «oggi nel mondo arabo il logos è in ombra perché domina la politicizzazione della religione. Accusare i rivali politici di offendere la religione è il miglior modo per metterli fuori gioco». Un esempio di questa strumentalizzazione? «Le cosiddette banche islamiche. È bastato all’Arabia Saudita introdurre questa etichetta per rovinare le altre banche, accusate di praticare l’usura». «Molte delle conquiste della Nahda, la rinascita araba, sono state indebolite o cancellate. Anzi, molti musulmani non credono più tanto nel Corano, quanto alle sue interpretazioni medievali». Questo non significa, precisa Farouq, che nel mondo islamico sia mancata la ragione, ma che quest’ultima è sempre stata perdente, come dimostra la triste vicenda del grande Averroè. Parlando all’Università cattolica di Milano, il docente egiziano ha toccato anche il tema del dialogo interreligioso. «Non è corretto parlare di dialogo tra le religioni. Le religioni non dialogano tra di loro, ma sono i fedeli a farlo». «Un dialogo fruttuoso non deve avere al suo centro le questioni teologiche perché nessuno deve rinunciare alle proprie credenze, bensì l’uomo e la sua realtà, usando la ragione. Ma purtroppo lo stato di arretratezza in cui versano i musulmani oggi mi inducono a dire che, prima di intraprendere un dialogo con l’altro, i miei correligionari dovrebbero intraprenderlo con se stessi facendo autocritica».

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