Le ragioni di un isalmico papista

Di Persico Roberto
02 Novembre 2006
«È il logos che impedisce alla religione di diventare ideologia e uscire dalla vita»

Al Meeting aveva lasciato il segno, spiegando che la radice della parola ragione in arabo è un verbo che significa incarcerare, rinchiudere. Nell’aula magna dell’Università Cattolica ha approfondito il concetto, con una lezione che ha spaziato dai deserti dell’Arabia alla Ratisbona di Ratzinger. Negli spazi sconfinati e vuoti di riferimenti della penisola araba, infatti, il legame originario che altrove gli uomini hanno con i luoghi che abitano vien meno. Il nomade non appartiene al luogo, ma al tempo, alla tribù, al capostipite. Nel deserto, quando due uomini si incontrano non si domandano l’un l’altro «di dove sei?», ma «di chi sei?». E quindi lo strumento fondamentale della conoscenza non è la ragione che esplora lo spazio, il mondo intorno, ma la memoria che trattiene la verità nel tempo. E il contenuto della memoria sono i valori morali, fino al paradosso per cui, mentre per la ragione greca la conoscenza è all’origine della morale, per la ragione araba il rapporto è inverso: è la morale a fondare la conoscenza. Ecco dunque spiegato il ruolo carcerario della ragione: ha il compito di impedire che l’uomo si svii dalla retta conoscenza contenuta nella tradizione. Ed ecco spiegata insieme l’idea araba della superiorità della poesia sulla filosofia: è lei la custode della memoria.
Eppure Wa’il Farouk, che è arabo e musulmano, ha provato «tristezza», dice, di fronte alla reazione islamica contro il di-scorso del Papa a Ratisbona, che pure esalta la forma greca della razionalità. Non si è fidato dei sunti apparsi sulla stampa araba, ha cercato il testo originale, lo ha studiato con attenzione, ha pubblicato su riviste egiziane commenti che nel suo mondo vanno decisamente contro corrente. «L’idea fondamentale del discorso di Ratisbona – spiega – è che la ragione è alla base della fede. E questa è un’idea che non va contro l’islam. Nella dottrina islamica non c’è una riga che metta in contrasto la ragione con la fede. L’inimicizia sorge dopo, nasce nell’interpretazione dei testi sacri e nella pratica, che è condizionata anche dal contesto sociale e politico». Mentre l’intervento di papa Ratzinger ripropone la ragione nella sua natura di vita, vita dell’uomo di fronte alla realtà: «Ed è questo, questa idea di ragione che impedisce alla religione di diventare ideologia, è questo il problema dell’islam di oggi, che la religione diventa ideologia. E per questo esce dalla vita».

Dialogano gli uomini, non le religioni
Ma cos’è accaduto a Wa’il Farouk, arabo e musulmano, per arrivare ad abbracciare la concezione occidentale della ragione, senza per questo rinnegare la sua tradizione? «Un incontro», afferma deciso. «La conoscenza dell’altro non è possibile se non dentro un incontro in carne e ossa. Solo un’amicizia vera con un uomo vero permette di superare i pregiudizi». Cita don Luigi Giussani: «Io sarò tanto più abilitato ad aver certezza su di te, quanto più sto attento alla tua vita, cioè condivido la tua vita». Non è un caso personale, è un metodo: «Non sono le religioni che dialogano, ma le persone». Non sarà un dialogo teologico fra le dottrine, inevitabilmente astratto, a far incontrare cristiani e musulmani; ma solo un dialogo concreto tra i singoli fedeli, uomini in carne e ossa, che hanno lo stesso obiettivo, migliorare le proprie condizioni di vita. «Occorre passare da una comunione virtuale, fasulla nella fede – sintetizza – a una comunione reale nella vita».

Quell’immortale istinto del bello
Spiega l’importanza che ha avuto la lettura di don Giussani, il lavoro per la traduzione de Il senso religioso nella sua lingua, nel condurlo a questa concezione: «Don Giussani ha cambiato l’immagine che avevo dell’uomo religioso tradizionale, schiacciata sulla dimensione morale o su una dottrina astratta. Col suo stile unico, in cui riesce a fondere la bellezza dell’arte e della letteratura con la vita delle persone, ci presenta una via nuova, la via dell’uomo innamorato della bellezza e della vita». Conclude con un invito che viene accolto da uno scroscio di applausi: «Non lasciate che la paura vi impedisca di amare, non abbandonate il coraggio dell’amore».
Tocca ora a don Julián Carrón, il successore di don Giussani alla guida di Comunione e Liberazione. Carrón va a fondo delle suggestioni di Farouk, muovendo dal titolo dell’incontro: «A quali condizioni – si chiede – è possibile allargare la ragione?». Ogni uomo entra infatti nel mondo segnato dalla sua cultura: come è possibile allargare l’orizzonte di questa cultura? «Un imprevisto – risponde – un’amicizia, un fatto della realtà che forza l’apertura della ragione e spinge alla scoperta dell’altro. L’amicizia ha un valore culturale fondamentale». E cosa rende possibile – incalza – l’amicizia tra uomini di culture diverse? Quel che viene illustrato nel libro che si sta presentando, quella che don Giussani ha insegnato a generazioni di studenti a chiamare “esperienza elementare”: quell’insieme di domande e di esigenze (di verità, di bellezza, di giustizia) che si trovano identiche al fondo del cuore dell’uomo di qualsiasi cultura, che stanno all’origine di ogni cultura. Quel cuore che un giorno ha fatto dire a Roland Barthes – qui Carron cita Alain Finkielkraut, Noi moderni – «improvvisamente mi accorsi che non mi importava niente di essere moderno»: un fatto, la morte della madre, gli aveva fatto crollare il castello dell’ideologia, aveva fatto riemergere il suo vero io. Qui sta dunque il punto cruciale: tornare a educare un io, un io intero, un io in cui ragione e affezione ritrovino la loro unità, che sia capace di stare in rapporto appassionato con la realtà (Carrón rende omaggio anche al padrone di casa, padre Gemelli: «L’uomo non vive passivo, vive volendo»), e che com-mosso, messo in movimento dall’impatto col reale ne segua le suggestioni fino a scovare il fondo misterioso cui rinvia («È esso, è questo immortale istinto del bello – dice citando Charles Baudelaire – che ci fa considerare ogni cosa una corrispondenza del cielo»). Questa è la sfida per tutti, questa è la sfida in primo luogo – conclude – per quelli che per vocazione e per mestiere hanno il compito di educare le nuove generazioni, per professori che «vivono la ragione così e ne sperimentano il bene per sé».
La gente sfolla lentamente, ripete un passaggio o quell’altro, commenta. Sembra non volersi allontanare, come a trattenere lo stupore per l’avvenimento a cui ha partecipato. Del resto l’ha detto don Ambrogio Pisoni nella conclusione: «Non vi saluto, perché quel che abbiamo vissuto in quest’ora e mezza non finisce. Vi auguro un – ragionevole – buon lavoro».

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