Gli iracheni sanno che i loro mali non se ne andranno col raìs
Lunedì 6 novembre, il giorno in cui gli italiani hanno letto sulla prima pagina dei loro quotidiani la notizia della condanna a morte di Saddam Hussein, a Milano una delegazione di 13 giovani quadri della Pubblica Amministrazione irachena (7 uomini e 6 donne) hanno partecipato a un seminario di formazione dell’Aseri, ente dell’Università Cattolica. Interpellati singolarmente circa la loro opinione sulla sentenza, hanno tutti risposto – alcuni con una luce nello sguardo – che il verdetto era giusto e il popolo iracheno contento dell’esito del processo. Per onestà hanno anche aggiunto che una minoranza dei loro compatrioti, quelli che avevano tratto vantaggi dal regime del partito Baath, erano di parere opposto al loro. Trattandosi nella quasi totalità di elementi sciiti, il risultato delle interviste non sorprende. Colpisce la loro riposta a una seconda domanda. Fatto loro presente che la condanna a morte del raìs non risolve i principali problemi dell’Iraq, cioè l’ingovernabilità del paese e la disfunzionalità del suo governo, la replica è stata in sintesi: «Sì, è vero. Il problema è che nel parlamento e nel governo ci sono troppe persone che non fanno gli interessi dell’Iraq o almeno dei loro elettori, ma dell’Iran e della Siria. C’è troppa gente che sta dentro alle istituzioni per paralizzarle: baathisti in incognito e agenti filo-iraniani». Che giovani sciiti iracheni in carriera evochino l’interferenza iraniana negli affari del loro paese come un fattore destabilizzante è un dato notevole. Indica che c’è ancora qualche speranza che la sentenza capitale contro Saddam non rappresenti il corrispettivo simbolico della morte dello stato iracheno.
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