La fabbrica del passato
Per Massimo Ferlini, vicepresidente della Compagnia delle Opere, c’è qualcosa di peggio dell’ideologico e incondizionato appoggio dei sindacati alla Finanziaria Prodi. «E il peggio è che non sono in grado di leggere il futuro, non sanno capire che cosa accadrà e si arroccano su posizioni ormai del passato». è un peccato per Ferlini, «perché c’è una parte del sindacato che è stata silenziata ed è quella parte riformista che pure fino a qualche tempo fa cercava di mettere in discussione la centralizzazione delle trattative, era disposta ad aprirsi al mercato del lavoro, si diceva pronta a riconoscere la produttività nei contratti aziendali». E invece? E invece si è tornati tutti in fabbrica. «Purtroppo i sindacati hanno operato solo nella direzione di una ricentralizzazione. Si è cercato di garantire solo ed esclusivamente i dipendenti a tempo determinato della grande fabbrica che hanno un ritorno attraverso l’effetto del cuneo fiscale». E assieme a loro, l’altra categoria su cui s’è acceso l’interesse battaglieri dei sindacati è stata «la pubblica amministrazione». Chi è rimasto fuori? «Guarda caso, i sindacati non si sono preoccupati di tutelare i lavoratori dipendenti a tempo determinato che lavorano nelle piccole e medie imprese». Guarda caso, insomma, quelle persone che generalmente non sono iscritte al sindacato.
Se cattolici e socialisti si svegliassero
Per Ferlini si tratta di miopia. Non vedere la flessibilità, ritenere che la sola parola sia impronunciabile è, per il vicepresidente della Cdo, «frutto di una grave incapacità di leggere la situazione presente e futura». Si è flessibili non per scelta, ma per convenienza, perché «è la risposta più adeguata a un mercato del lavoro che sta cambiando. La grande mistificazione cui stiamo assistendo tende a farci credere che tutto quello che è flessibile è negativo e precario». Un dibattito che parta da questa premessa mette in crisi «tutta quella strumentazione che è da attuare, che non è ancora stata attuata, per rendere paritario il lavoro flessibile in termini di tutela rispetto al lavoro tradizionale che ormai è superato». C’era una volta una legge Biagi che tentava di introdurre tali concetti. Oggi cosa vediamo? Precari che, supportati dalle ali estreme della sinistra e addirittura da esponenti del governo, scendono in piazza per protestare contro quello stesso esecutivo che hanno aiutato ad eleggere. «Il libro bianco di Biagi era la rappresentazione di come è cambiato il lavoro e di quali strumenti servissero per rilanciarlo. Era il rilancio di un mondo del lavoro incentrato sulla figura della persona, non su quella del sindacalista».
Secondo Ferlini il mondo del lavoro di ispirazione cattolica, «ma anche quello socialista», dovrebbero accorgersi, per sensibilità storica, di come stanno andando le cose. «Invece vediamo un’acuta incapacità a condurre le battaglie riformiste quando servono, assenza di coraggio nel pronunciare parole come “sussidiarietà”», e, in definitiva, «scarsa propensione nel difendere chi si dice di voler tutelare». Vorrebbe Ferlini un sindacato capace di guardare al futuro, e non ripiegato all’indietro. Ma forse questa è una richiesta troppo azzardata, perché i sindacati «sono più preoccupati del numero degli iscritti che della realtà dei fatti».
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