Effetto domino
C’è un incubo africano peggiore di quello di una vittoria totale delle Corti islamiche in Somalia: la costituzione di un continuum di governi islamisti dal Mar Rosso agli Stati settentrionali della Nigeria, da Khartoum a Sokoto (la sede del sultano guida spirituale di 60 milioni di musulmani nigeriani). L’incubo diventerà realtà se avrà successo uno dei reiterati tentativi del regime sudanese di spodestare il presidente del confinante Ciad, Idriss Deby, e sostituirlo con uomini più leali nei confronti della repubblica islamica. La settimana scorsa, tanto per dirne una, una carovana motorizzata di 800 uomini e 70 fuoristrada è partita dal Sudan all’assalto della capitale N’Djamena, ma ha dovuto fare dietrofront a 500 chilometri dalla città e combattere con le forze governative che hanno avuto la meglio infliggendo loro gravi perdite, ma per parte loro hanno perduto niente meno che il capo di Stato maggiore, il generale Moussa Seugui. È il secondo capo di Stato maggiore ciadiano che perde la vita in combattimento con forze ribelli negli ultimi sette mesi. In aprile i guerriglieri erano arrivati alle porte della capitale prima di essere pesantemente sconfitti in una battaglia che aveva lasciato sul terreno 400 dei loro. Anche allora provenivano dal Sudan, come dimostravano non solo le immagini satellitari, ma pure le armi e divise di origine cinese che portavano, molto comuni in Sudan da quando Pechino si occupa dello sfruttamento del petrolio sudanese.
Effettivamente sono più di dieci anni che il regime militar-islamista del generale Omar el Bashir cerca di destabilizzare Idriss Deby, ma le cose si sono fatte serie solo negli ultimi tre anni, dopo lo scoppio della crisi del Darfur e il fallimento dei tentativi di mediazione che il presidente ciadiano aveva inizialmente attivato. Il Darfur rappresenta per Khartoum la prova suprema, come dimostra anche il fatto che il regime non ha esitato a rendersi complice di un genocidio. Dopo l’apertura di questa crisi ci sono solo due possibilità: o il Sudan va in pezzi e si frantuma in quattro tronconi (il sud cristiano-animista, il Darfur afro-musulmano, il nord arabo-musulmano e l’est abitato dall’etnia beja), suscettibili di ulteriori frammentazioni, oppure estende la sua influenza col ferro e col fuoco fino agli altopiani della Nigeria. Nel secondo caso il Ciad è il tassello cruciale del puzzle per due grosse ragioni.
La prima è che gli zagawa, l’etnia del Ciad settentrionale a cui appartiene il presidente Deby, rappresentano (insieme ai fur) la spina dorsale dei vari gruppi armati che dal 2003 animano la ribellione del Darfur. Gli zagawa, come molte etnie in tutta l’Africa, vivono a cavallo delle frontiere internazionali, in questo caso quella fra Ciad e Sudan. Nel 1990 questo fatto giocò a favore del Sudan: Idriss Deby, capo di Stato maggiore dell’esercito ciadiano in fuga dal presidente Hissene Habré che aveva tentato di ucciderlo, trovò riparo presso i suoi parenti nel Darfur settentrionale, e lì preparò sotto l’ala protettrice del governo sudanese la cavalcata che l’avrebbe riportato vittorioso a N’Djamena. Deby poi si liberò presto della tutela di Khartoum e i rapporti si raffreddarono.
Il fattore zagawa
Oggi il fattore zagawa gioca contro gli interessi del regime sudanese: alle battaglie dei primi di ottobre, dalle quali, come ci ha informato anche il blog dell’inviato speciale dell’Onu Jan Pronk, l’esercito sudanese è uscito con le ossa rotte, hanno dato il loro contributo non solo gli zagawa che militano nel Sudan Liberation Army/G19 e nel Justice and Equity Movement (Sla-G19 e Jem, due dei gruppi armati ribelli locali), ma anche molti inquadrati nelle forze armate ciadiane. Oggi Khartoum affronta la questione zagawa con una duplice strategia. In Darfur applica il “divide et impera”: è riuscita a firmare un accordo di pace con gli zagawa della fazione dello Sla guidata da Minni Minawi mentre continua a combattere con quelli dello Sla/G19 e del Jem (il cui leader, Khalil Ibrahim Mohemed, è imparentato con Idriss Deby); in Ciad alimenta il risentimento contro gli zagawa vivo tanto nel nord che nel sud del paese dopo sedici anni di potere ininterrotto di un presidente di tale estrazione. La neonata formazione politico-militare dell’Unione delle forze per la democrazia e lo sviluppo (Ufdd) che è uscita sconfitta dagli scontri di ottobre ma ha ucciso il capo di Stato maggiore Seugui riunisce gruppi armati rappresentativi di etnie nordiste escluse da tempo dal potere: i tama dell’ex ministro della Difesa Mahamat Nour, i gorane (l’etnia dell’esiliato presidente Habré) e gli arabi. Questi ultimi hanno creato milizie in stile janjaweed d’intesa coi loro omologhi sudanesi. Il New York Times della settimana scorsa ha raccontato l’assalto di un villaggio di neri ciadiani a opera di janjaweed riconosciuti anch’essi come ciadiani.
La seconda ragione per cui il tassello Ciad è cruciale nella politica di espansione del Sudan islamista si chiama petrolio. A partire dal 2007, grazie alle infrastrutture realizzate in base a un accordo con la Banca Mondiale, l’erario ciadiano incomincerà a incassare 1 miliardo e 300 milioni di dollari all’anno di royalties e tasse sui profitti versate dalle compagnie petrolifere che sfruttano il greggio del Ciad meridionale: una cifra pari a un’annata del Pil nazionale, perciò destinato a raddoppiare di importo. Deby ha imposto una modifica dell’accordo con la Banca Mondiale, in base al quale solo una piccola parte di questa cifra poteva essere spesa in maniera discrezionale. Dunque chi mette le mani sul governo del Ciad mette le mani su un tesoro, e se non vuole che Deby diventi tanto forte da non essere più spodestabile deve agire ora.
Parigi guardinga
L’unica incognita è rappresentata dalla Francia, potenza coloniale che in Ciad mantiene un contingente di 1.350 armati, ufficialmente per garantire la sicurezza dei suoi espatriati, ufficiosamente per evitare azioni da parte degli aggressivi vicini del fragile Stato. Dopo aver combattuto apertamente a fianco dei ciadiani nel 1983 e nel 1986 per respingere invasioni libiche, nel 1990 i francesi permisero che Habré fosse deposto da Deby, che pure era stato armato da libici e sudanesi, considerando la cosa un affare interno ciadiano. Ora Parigi tiene una posizione defilata ma non pilatesca: le sue forze non prendono parte ai combattimenti, ma hanno fornito ai governativi intelligence, riprese satellitari, appoggio logistico (incluso il trasporto aereo di guerriglieri del Jem che hanno combattuto a fianco delle truppe ciadiane), protezione di obiettivi strategici. Chirac o il suo successore saranno l’ago della bilancia del destino a cui si vuole consegnare questa sterminata contrada africana.
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