Dietro il velo
Finalmente un testo di agile lettura e ben scritto che getta un fascio di luce sull’enigma Turchia. S’intitola un po’ banalmente La Turchia è vicina ma mantiene in pieno la promessa del sottotitolo: Viaggio in un Paese dai mille volti. Lette le 186 scorrevoli pagine del libro – che mescolano sapientemente note di diario di viaggio e informazioni di background, vividi incontri personali e analisi su temi dell’attualità – ci si ritrovano fra le mani almeno tre certezze: che la Turchia non è affatto il monolite islamo-nazionalista spesso emergente dalle descrizioni dei media; che il collante della sua pluralità non è l’islam ma la tradizione e le istituzioni lasciate da Ataturk; che un processo di islamizzazione bella e buona del paese è in pieno corso, benché frenato da vari fattori.
Autrice del meritorio contributo alla comprensione dell’universo turco è Mariagrazia Zambon, quarantenne giornalista e laica consacrata dell’arcidiocesi di Milano attiva da cinque anni ad Antiochia, la città della Cappadocia dove per la prima volta i seguaci di Cristo furono chiamati “cristiani” e poi divennero la maggioranza della popolazione già ai tempi di san Giovanni Crisostomo. Oggi restano poche centinaia di cristiani ortodossi, armeni e cattolici, al servizio del cammino di fede dei quali Mariagrazia è stata inviata, oltre che per fare da punto di riferimento agli stranieri che arrivano in zona per turismo religioso e ai volonterosi che vogliono dedicarsi al dialogo interreligioso. La consacrata anima anche un’opera di difesa e promozione sociale delle vedove e delle donne abbandonate che riunisce cristiane e musulmane: insieme realizzano prodotti artigianali per garantirsi l’autosufficienza economica e coltivano un’amicizia solidale.
Il percorso del libro parte da Ankara, luogo natale della Turchia moderna e sede della memoria dell’opera secolarizzatrice di Ataturk, e si snoda attraverso il sud-est dei curdi senza pace, la Cappadocia delle molte memorie e delle piccole comunità cristiane, l’Istanbul cosmopolita e il suo piccolo resto cristiano bizantino, il dramma degli armeni e il mondo sospeso della Cipro settentrionale, il misticismo dei sufi e le danze sacre degli aleviti, musulmani eretici ma tutt’altro che marginali (sono 15 milioni in tutto il paese).
Fra una descrizione del territorio e delle persone e l’altra non mancano gli affondi sul partito islamista del premier Erdogan, sulla condizione femminile, sulle difficoltà che i cristiani e le altre minoranze religiose incontrano nella vita di ogni giorno. «Il processo di islamizzazione è una realtà», dice a Tempi Zambon. «Rispetto a cinque anni fa vedo più donne col velo; vedo bambine e ragazze andare a scuola velate e togliere l’indumento vietato per legge solo quando entrano in classe; vedo le scuole coraniche, proibite dal tempo di Ataturk, rinascere dentro ai locali delle scuole statali nei mesi della pausa estiva. E trovo che, diversamente da quanto dicono gli organi istituzionali dell’Unione Europea, sia una buona cosa che i militari turchi continuino a esercitare un potere di controllo sul sistema per evitare un effetto valanga». Un’opinione politicamente scorretta che dovrebbe far riflettere più d’uno fra quanti si sono frettolosamente risolti a definire moderato l’islamismo di Erdogan e del suo partito Akp.
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