L’America ha perso Rummy. L’Italia spera di perdere Romano

Di Tempi
16 Novembre 2006

In attesa dell’offensiva che la nuova maggioranza congressuale – e soprattutto il nuovo speaker del Congresso, la bigotta liberal Nancy Pelosi – scatenerà contro il presidente Bush a colpi di commissioni di inchiesta, il primo esito del successo democratico alle elezioni americane di metà mandato sono state, come è noto, le dimissioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Il duro “Rummy”. L’artefice e lo stratega della duplice risposta americana all’attentato dell’11 settembre 2001. La guerra in Afghanistan che tra l’ottobre e il novembre 2001 spazzò via il regime talebano. La guerra in Iraq, iniziata il 20 marzo e conclusasi il 1° maggio 2003.
Da allora, nonostante la partecipazione di massa alle prime elezioni democratiche irachene; nonostante la nuova costituzione approvata da tutte le componenti del mondo religioso e politico; nonostante le risoluzioni Onu che hanno dato legittimità internazionale alla presenza militare americana; no-
nostante la ricostruzione di un esercito e di un tessuto istituzionale, di scuole e di infrastrutture sociali; nonostante tutto ciò, qaedisti e saddamiti si sono dati da fare per trasformare il paese in un lago di sangue. E ci sono riusciti. Da due anni non passa giorno in cui non si registri una carneficina. Donne, bambini, militari iracheni e civili inermi cadono come insetti nelle moschee, ai mercati, nei campi di calcio, nei posti di lavoro. Vengono rapiti, torturati, decapitati, tagliati a pezzi, bruciati, in una furia omicida che non ha eguali e che farà parlare di sé i manuali di storia e di psichiatria del totalitarismo islamista.
L’obiettivo degli stragisti e delle potenze regionali che li sostengono è chiaro: far piombare l’Iraq in una guerra civile totale e impedirne la rinascita. Ma perché, oltre agli “Stati canaglia” e agli islamofascisti, sono in tanti, anche dalle nostre parti, a tifare perché l’America conosca il suo secondo Vietnam? Pur di credere di aver ragione nel dire che «Bush ha perso la guerra in Iraq» (come si è affrettato a fare Romano Prodi nel suo primo commento all’ultimo voto Usa) molti occidentali bacati, bacati nella testa e nel cuore, preferirebbero assistere all’umiliazione dell’America, alla vittoria dei tagliagole e dei kamikaze, piuttosto che vedere la nascita di un nuovo Iraq. Ciò non toglie che, come gridò papa Giovanni Paolo II, la guerra fu sbagliata e che, come si vede, piuttosto che risolvere ha ingigantito tutti i problemi. Per questo fu giusto dire “sì all’America, no alla guerra”. E poi fu giusto scrivere “no ad ogni ritiro unilaterale dall’Iraq”. E adesso è giusto sostenere la presenza militare americana in Iraq, almeno finché non si troverà una via di uscita che garantisca la salvaguardia della vita di un popolo e la ricostruzione di fattori elementari di civiltà. L’alternativa qual è? Godere della sconfitta elettorale di Bush e augurarsi, come dice Prodi, che sia la prova della sua sconfitta in Iraq? O una festa rock in piazza san Giovanni per il ritiro delle truppe con tanti megaschermo per godersi lo spettacolo di una fantastica guerra civile tra sciiti e sunniti?

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