Fuori dal ghetto
Monsignor Louis Sako, vescovo di Kirkuk, è uno di quei cristiani in prima linea. Di ritorno da un viaggio in Europa, ha risposto alle domande di Tempi, sulle violenze anticristiane in Iraq.
Mons. Sako, assistiamo da mesi a violenze indirizzate contro i cristiani iracheni. Per quali ragioni? Politiche, criminali o di odio religioso? Sono i cristiani più colpiti, in proporzione, degli altri iracheni?
Ci sono ragioni politiche, criminali e anche legate all’odio religioso per queste violenze. I cristiani sono colpiti, in proporzione, più di altri perché appartengono a una piccola comunità che non è in grado di difendersi e non ha una cultura della vendetta, e perché mediamente sono più ricchi, dunque bersagli migliori per i criminali. Ma le ragioni dell’odio sono varie: i cristiani sono assimilati alle forze della coalizione, perché questa sarebbe la religione dei soldati stranieri, e perché il presidente americano una volta ha usato la parola “crociata”. Poi i cristiani non piacciono agli estremisti per il loro modo di vivere: vendono e bevono alcol, le donne non portano il velo. Nelle loro moschee veniamo definiti “crociati” e “politeisti”. Quindi c’è il problema del proselitismo: sono arrivati protestanti che cercano di convertire i musulmani e questo provoca rappresaglie. Infine, le richieste di creare una regione amministrativa cristiana ha ulteriormente infiammato gli animi contro di noi.
Qualche settimana fa è stato ucciso il sacerdote siro-ortodosso Paulos Eskander. È stato un omicidio legato al discorso del Papa a Ratisbona?
Non è chiaro, perché gli ortodossi hanno condannato il discorso del Papa, ed Eskander era ortodosso. Le ragioni non sono chiare, ma sappiamo che Mosul è piena di estremisti wahabiti.
Perché la maggior parte degli attacchi contro i cristiani avviene a Mosul, contro la chiesa dello Spirito Santo, e a Baghdad?
A Mosul perché è una zona poco controllata dal governo, la chiesa è grande ed è stata costruita di recente, e i wahabiti vogliono impossessarsi delle case dei cristiani. A Baghdad perché ci sono tutte le principali sedi delle chiese e dei partiti cristiani.
Sono stati mai scoperti i responsabili di attacchi e rapimenti?
No, e non ci sono nemmeno rivendicazioni attendibili di gruppi ben riconoscibili.
Esiste un bilancio aggiornato delle violenze subite dai cristiani?
No, non c’è un’organizzazione che faccia il bilancio. Io credo che abbiamo avuto 200 cristiani fra rapiti e uccisi in quanto cristiani dal 2003. Ma è una mia stima.
In un articolo su AsiaNews lei ha puntato il dito contro i partiti politici iracheni per la violenza contro i cristiani. Cosa rimprovera ai partiti?
Rimprovero la stessa cosa che rimprovero anche alle chiese: la mancanza di unità, la divisione settaria, il rispondere a interessi che non sono quelli dei propri fedeli o elettori. Le Chiese dovrebbero stendere un documento comune su tutti gli avvenimenti del nostro paese, ma non lo fanno.
Prima ha accennato all’ipotesi di creazione di una entità amministrativa cristiana. Che ne pensa?
Sono contrario. Come cristiani noi dobbiamo essere dappertutto, è la nostra vocazione. Ed effettivamente la maggioranza dei cristiani vive nelle grandi città, è assurdo trasferirli in una regione che dipenderebbe dalle autorità curde. Diventerebbe un ghetto, inviso a molti: perché i sunniti e parte degli sciiti non vogliono un sistema di autonomie territoriali. Chi fa queste proposte non conosce la realtà sul terreno. Non dobbiamo farci il nostro “Israele” in mezzo agli altri iracheni, perché poi avremmo gli stessi problemi degli israeliani.
È vero che i cristiani sono passati da 1,2 milioni a 600 mila persone per la guerra?
No, queste cifre sono sbagliate. Noi cristiani iracheni non siamo mai arrivati a un milione. Questo è il vezzo orientale di inflazionare i numeri. È vero, tanti hanno lasciato: adesso siamo circa mezzo milione. Ma è un fenomeno che riguarda tutti gli iracheni: ogni famiglia sta cercando un posto sicuro, dentro o fuori del paese. C’è un esodo di cristiani che cercano condizioni migliori di vita. Il guaio è che le Chiese non hanno una strategia pastorale verso questi profughi ed emigranti.
Sembra che la situazione della sicurezza in Iraq sia peggiorata nell’ultimo anno. Perché?
Perché le ingerenze dei paesi vicini si fanno sentire, perché le forze del partito Baath si sono riorganizzate e perché le bande criminali sono diventate esperte.
Le Chiese irachene si sono pronunciate sulla sentenza di morte nei confronti dell’ex presidente Saddam Hussein?
No. Io ho rilasciato una dichiarazione dicendo che la sentenza è «legale e corretta per i canoni iracheni ma inaccettabile». Perché la vita è un valore assoluto, un dono di Dio; è Dio che l’ha data e solo Lui la può togliere. La morte di Saddam Hussein non risolve i problemi dell’Iraq. Gli iracheni devono abolire la pena di morte. Troverei giusta una condanna all’ergastolo, ma non posso pensare a un’uccisione. Che complicherebbe anche le prospettive della riconciliazione fra gli iracheni.
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