Iracheni alle prese con la governance pubblica
«Grazie per la sua bella lezione sulla globalizzazione dottor Bassetti, ma la mia domanda è: dove sta il centro che controlla tutto questo?». A pronunciare in inglese questa frase è una donna velata, una giovane sciita che lavora al ministero della Sanità a Baghdad e ora siede nell’auletta ottocentesca della sede dell’Aseri, Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano. È appena finita la lezione di Piero Bassetti, ex governatore della Lombardia e vecchio politico Dc, oggi presidente dell’associazione Globus et Locus, e la distanza culturale che separa un classico think tank occidentale dalla visione del mondo dei giovani pubblici funzionari di uno Stato mediorientale risalta in tutta la sua ampiezza. Bassetti ha spiegato per un’ora che la globalizzazione è network, rete fatta di nodi più grossi e più piccoli, ma comunque senza un centro. Nei commenti però risuona una nota diversa. «L’idea di globalizzazione non è nuova: era già presente nella nostra cultura islamica», dice un’altra signora, dirigente amministrativa universitaria, alludendo evidentemente ai concetti di umma e di espansione mondiale dell’islam.
Per il secondo anno consecutivo l’Aseri, su mandato del ministero degli Esteri e in collaborazione con il Landau Network-Centro Volta di Como, ha organizzato un seminario sulla governance pubblica per i giovani funzionari dell’Iraq post-Saddam. I partecipanti stavolta erano 13, sette uomini e sei donne. Al centro delle lezioni anche il tema del federalismo, di bruciante attualità sulla scena irachena. «Fino a due anni fa nessuno, all’infuori dei curdi, lo voleva», spiega un partecipante che vuole rimanere anonimo. «Oggi, dopo tanti lutti, ci siamo convinti che questa è l’unica strada per placare la violenza». Anche se la forma dello Stato non è l’unico problema: «I politici attuali sono in parte impreparati, in parte infeudati a potenze straniere come Iran e Siria, in parte baathisti in incognito entrati nelle nuove istituzioni per distruggerle. Per questo c’è più corruzione oggi che ai tempi di Saddam. Dobbiamo educare il popolo a scegliere più attentamente i suoi dirigenti. Intanto Saddam Hussein riceverà quello che ha meritato». Nemmeno chi dice queste cose vuol vedere stampato il proprio nome.
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