Isolati e mazziati
Sì, si può dire che l’Unione Europea (Ue) ha fatto la sua solita figura. Ci sarebbero tante ragioni per fare la faccia feroce con Ankara nel contesto del negoziato per l’ingresso della Turchia nella Ue, per arrivare a minacciare la sospensione del processo. Ci sono la disinvoltura con cui si rinviano intellettuali e giornalisti a processo in forza dell’articolo 301 del Codice penale che punisce le «ingiurie contro l’identità turca»; c’è l’impossibilità per i cristiani ortodossi di aprire seminari e per l’arcivescovo di Costantinopoli di definirsi patriarca ecumenico; c’è il mancato riconoscimento dei cristani siriaci come minoranza religiosa; c’è il mancato rispetto dei diritti degli alevi, minoranza musulmana di 15 milioni di persone considerati eretici dai sunniti; c’è il problema dei diritti dei curdi; c’è il mancato riconoscimento del genocidio degli armeni. Fra tante questioni aperte, Bruxelles ha scelto la più mercantile di tutte per agitare il fantasma del congelamento dei negoziati per l’accesso: o la Turchia apre i suoi porti e aeroporti a merci e persone in provenienza da Cipro entro la fine di quest’anno, oppure la Commissione europea formulerà «importanti raccomandazioni» (di che segno lo si può immaginare) ai governi dei paesi membri al summit del Consiglio europeo previsto il 14-15 dicembre. I punti di cui sopra, che dovrebbero essere di importanza cruciale quando si decide chi può essere considerato politicamente europeo, sono citati indirettamente (tranne la questione dell’articolo 301) nelle pagine interne del rapporto.
L’impressione è che l’Europa abbia deciso di bloccare la candidatura turca senza impegnarsi in un braccio di ferro sul terreno per lei sempre più scivoloso dei valori (la libertà religiosa, il rispetto delle minoranze, il diritto alla libera espressione), ma attirando Ankara in una trappola facendo leva sui suoi riflessi ultranazionalisti.
Dall’invasione al Piano Annan
Cipro è divisa in due dal 1974, quando il governo turco reagì a un tentativo di colpo di Stato che mirava a unire l’isola (indipendente dal 1960) alla Grecia inviando le proprie truppe a difendere la minoranza turca della popolazione, presente soprattutto nella parte settentrionale. Il golpe fallì, ma nel frattempo le truppe turche avevano occupato il 43 per cento del territorio dell’isola e costretto all’esodo verso sud 180 mila ciprioti greci, mentre 50 mila ciprioti turchi fuggivano nella direzione opposta. Nel 1983 Ankara ha sponsorizzato la nascita della Repubblica turca di Cipro del Nord, con una popolazione di 215 mila abitanti, parte dei quali è immigrata dalla Turchia continentale che non è riconosciuta da nessun paese del mondo (nella parte greca di Cipro, dove siede il governo internazionalmente riconosciuto, vivono poco più di 700 mila persone). A quel tempo i turchi non avrebbero mai immaginato che la vicenda sarebbe diventata l’ostacolo per aderire all’Europa politica, che data dal 1959. E ancora nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte della Ue insieme ad altri nove paesi appena una settimana dopo il rigetto da parte della maggioranza ellenica del Piano Annan per la riunificazione dell’isola su base confederale, Ankara ha continuato a pensare che le cose si sarebbero messe per il verso giusto. In fondo, per la prima volta, erano i greci a fare la figura degli oltranzisti, avendo respinto la soluzione messa a punto dall’Onu con quasi un 75 per cento di “no”, mentre i votanti turchi l’avevano accettata con un 65 per cento di “sì”.
Ercan e Famagosta
All’indomani del fatale referendum, Ue e Usa si erano pubblicamente impegnati ad alleviare l’isolamento economico di Cipro Nord, ed effettivamente la Commissione europea ha varato un pacchetto di aiuti e una serie di provvedimenti che hanno migliorato le condizioni di vita nell’area sotto controllo turco; la ripresa degli scambi commerciali fra le due zone dell’isola, avviata nell’agosto di quello stesso 2004 dopo trent’anni di barriera impenetrabile lungo i 180 chilometri della “linea verde” di separazione, faceva sperare in una soluzione vicina. Non è stato così: la Ue era favorevole alla ripresa degli scambi intraciprioti perché Cipro è stata ammessa in Europa come Stato unitario, ma ostile a scambi internazionali sopra la testa dell’unico governo dell’isola riconosciuto a Bruxelles: quello del presidente greco-cipriota Tassos Papadopoulos. Il porto settentrionale di Famagosta e il vicino aeroporto di Ercan restano pertanto esclusi dagli scambi commerciali coi paesi europei. La Turchia è caduta in trappola nel luglio 2005, quando ha firmato con la Ue il protocollo di Ankara, un documento con cui si impegna a estendere le norme del trattato di libero scambio concluso con l’Europa dei Quindici ai 10 nuovi paesi membri entrati a far parte della Ue il 1° maggio 2004. Subito dopo il governo turco ha emesso una dichiarazione con cui precisava che il protocollo non implicava il riconoscimento da parte sua del governo della Cipro greca, ma ormai era troppo tardi: si era assunto un impegno che non poteva mantenere.
La Turchia ha firmato il protocollo di Ankara con la riserva mentale che lo avrebbe rispettato solo se l’Europa riconosceva i diritti di Famagosta e di Ercan rispettivamente come porto e aeroporto internazionali. Ma la Ue non ha mai assunto impegni formali in materia, diversamente da quanto hanno fatto i turchi per gli accordi di libero scambio. Attestatasi su una posizione inattaccabile, la Ue ha proposto un compromesso poco allettante: il semaforo verde per il porto di Famagosta in cambio della restituzione al governo greco-cipriota della località turistica di Varosha, restando l’aeroporto di Ercan al di fuori di qualunque trattativa. Va ricordato che una delle ragioni del massiccio “no” dei greco-ciprioti al piano di pace Annan è la poca efficacia dell’accordo in materia di restituzione delle proprietà greche nella metà turca dell’isola ai legittimi proprietari.
Potere di veto
I turchi hanno risposto sdegnosamente “no”, protestando che altre erano state le promesse europee. E ostentando sicurezza: all’indomani della pubblicazione dello spinoso rapporto il primo ministro Erdogan ha detto: «Il problema cipriota è un problema politico e non costituisce un obbligo riguardo al nostro processo di negoziato, che è di natura tecnica». Più realisticamente l’editorialista Yusuf Kanli ha commentato: «Non abbiamo ancora capito che, comunque noi turchi la pensiamo sullo Stato greco-cipriota, esso è parte della Ue dal 1° maggio 2004. La Ue ha sbagliato ad ammettere uno Stato con gravi problemi interni. Ma la realtà della politica è che i greco-ciprioti sono ormai parte di essa e hanno il potere di veto sull’ingresso della Turchia».
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