Bambini in guerra
Se Basquiat avesse incontrato Lucia Castelli probabilmente non sarebbe morto così in fretta. Basquiat è il Jean-Michel, classe 1960, amico di Andy, il Warhol di New York, quello che i critici amano definire come il Picasso dei giorni nostri. Lucia, invece, è la dottoressa Castelli, classe ’57, originaria della provincia di Cremona, che da anni vive nel cuore dell’Africa nera per cercare di portare la pace nelle menti dei bambini che hanno vissuto la guerra. Prima operando in un orfanotrofio in Ruanda per il genocidio e poi in Nord Uganda per l’organizzazione italiana Avsi a caccia di incubi che invadono pensieri e ricordi di quelle piccole creature che hanno avuto la sfortuna di essere state rapite da feroci guerriglieri e costrette a diventare bambini soldato, imbracciando armi a volte più alte di loro, marciando per ore infinite o assecondando i vizi dei comandanti.
Nella grande capanna le matite tracciano velocemente i contorni delle violenze subite. I colori e i tratti assomigliano incredibilmente a quelli delle opere di Basquiat, esposte alla Triennale di Milano fino al 28 gennaio. «Uno dei primi lavori che facciamo per tirare fuori i loro drammi – spiega Lucia Castelli – è il disegno». Coltelli e machete. Capanne e chiese infuocate. Segni. Segnali. Tratti. Cartelli. Occhi sbarrati, ferite insanguinate, bocche cucite: chiuse, come quelle dipinte da Basquiat, con sbarre di ferro che sembrano non voler lasciare uscire le parole. Silenziosi pensieri urlanti incompresi da una umanità, sorda e rumorosa, che eleggeva ogni notte un dio, nudo e diverso nella New York senz’anima degli anni Ottanta. Stessi disegni, stesse paure. Dalla boscaglia di Kitgum, dove una appena nata ma già fragile pace sta cercando di far dimenticare gli orrori subiti da migliaia di piccoli soldati; alla Factory di Andy Warhol di allora, dove l’artista era considerato pubblicità e mai uomo. E Basquiat invece lo era. Un angelo divorato dallo star system.
Basquiat dipingeva, graffiava, disegnava. Scriveva, riproduceva. Suonava. La sua arte era contaminazione. Ossessione. Tracce. Not for sale aveva inciso sull’uomo bianco vestito di nero accanto al nero nudo incatenato. «Qui a scuola anche se sbagli nessuno ti uccide». Lo ha detto Scovia, 8 anni, di Kitgum, mentre disegnava accanto alla maestra durante i corsi di recupero psicosociale per i bambini traumatizzati dalla guerra. Un passato terribile. Una storia feroce, eppure con la speranza di farcela chiaramente incisa sul foglio. Se i disegni del passato di Scovia tratteggiavano il dolore, quelli del presente desiderano una vita normale. Serena. Anche grazie a chi ha deciso di dedicare la propria vita a bambini come lei. Come Lucia Castelli, il dottore dei bambini ugandesi che risponde alle domande di Tempi dalla capitale ugandese.
Come si fa a guardare dritto negli occhi un bambino che ti sta dicendo che è stato obbligato a uccidere?
Ci vuole la forza della certezza che c’è sempre una speranza, nonostante quello che ha vissuto. È l’unica cosa che ti permette di ascoltare senza disperarti, poi puoi anche piangere con lui, ma è un pianto di comprensione, di liberazione, non di disperazione.
Si può sempre trovare la felicità?
Certo, perché è fatto per la felicità. Direi che può sempre cercarla. Perché c’è. Perché ci è stata promessa nel momento in cui qualcuno ha deciso che venissimo al mondo. È talmente un bisogno basilare che non ho mai visto nessun bambino senza questo desiderio.
Perché una dottoressa decide di mollare tutto e partire per curare l’Africa?
Perché dopo la prima esperienza ha visto che le conveniva. Che veniva “curata” lei stessa stando in Africa. Io sono contenta di stare qui perché ogni giorno vengo richiamata al fatto che la vita non è mia e quindi neanche la soluzione dei problemi mi appartiene. È talmente grande e umanamente incomprensibile il bisogno che incontri che sei obbligata a ricordarti che non ti fai da sola. È la consapevolezza più conveniente della vita, perché da soli non si arriva da nessuna parte.
È facile oggi trovare dei giovani medici disposti a fare un lavoro come il suo?
È difficile, molto difficile. Temo che i giovani medici oggi preferiscano il posto fisso in ospedale, viste le difficoltà che abbiamo a trovarne qualcuno. Nel mondo delle comunicazioni e della solidarietà internazionale non c’è più nessuno che voglia dare per gli altri un pezzo di sé, del proprio tempo, delle proprie competenze. Ad essere solidali in astratto sono capaci tutti, la cosa davvero difficile è trovare qualcuno disposto a dare del suo, a dare qualcosa di sé. Questa è la vera solidarietà, perché è l’amore. Forse è così difficile trovarla perché nessuno la riceve. Non si può dare ciò che non si ha.
Nei nostri paesi sempre più il paziente è un numero, una cartella clinica. Un po’ come Basquiat era visto solo come un artista e nulla più. Se qui da noi non si muore per morbillo o malaria si rischia di morire per abbandono. Cosa ne pensa?
Basterebbe che i medici si chiedessero seriamente perché hanno scelto questo mestiere. In fondo al cuore di ognuno c’è il desiderio di aiutare un altro e in fondo uno fa il medico per questo, per salvare le vite. Ma a volte questo si dimentica e si entra nell’ingranaggio. Forse basterebbe richiedersi i motivi della propria scelta.
E cosa ha spinto Lucia Castelli a fare il medico e poi a lasciare il suo paese e andare nel cuore dell’Africa nera?
Il desiderio di aiutare gli altri, consolare gli afflitti, curare i malati.
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