Una ragione per graziare il tiranno che merita la forca

Di Reibman Yasha
16 Novembre 2006

Se ci fosse qualcuno oggi su questo pianeta a meritare di finire sulla forca, non avrei dubbi a indicare al boia Saddam Hussein. Inutile elencare i suoi crimini, compiuti da capo di Stato, non da semplice criminale. Sappiamo dei curdi gasati, della sua polizia segreta, delle torture, dei massacri, dei terroristi finanziati. Ci si potrebbe indignare per l’ipocrisia di chi non ha voluto schierare l’Italia in prima fila alle Nazioni Unite sulla moratoria per la pena capitale e oggi ha un sussulto di coscienza e si ricorda del potente di turno; per l’ipocrisia di chi fa finta di nulla con le migliaia di pene capitali eseguite a Pechino e fa la voce grossa con Baghdad. Strappano amari sorrisi i ragionamenti di chi voglia dimostrare che l’eventuale uccisione del dittatore iracheno provocherebbe un’esplosione di violenza sulle sponde dell’Eufrate. Come se già ogni giorno da quelle parti non dovessero contare i morti ammazzati dal terrorismo fondamentalista.
Il processo si è svolto dove doveva svolgersi, nella lingua che gli iracheni potevano capire, praticamente in diretta televisiva. Un evento che aiuterà il paese a elaborare la fine della tirannia e il travagliato passaggio alla democrazia. Quando finirà anche il ricorso, dovremo salutare l’avvenuto processo. Eppure, ritengo che, senza voler imporre nulla al governo sovrano dell’Iraq, sia più saggio nello stesso tempo mostrare la nostra rispettosa contrarietà all’esecuzione. Noi, con questa terribile guerra, non vogliamo uccidere fisicamente Saddam Hussein, ma liberare l’Iraq.

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