Quel silenzio rancoroso
Fra le due file di negozi sventolano bandiere rosse e nere, la via risuona di slogan ritmati: «No alla guerra, l’unica guerra è quella sociale». Una ragazza in jeans mi allunga un volantino firmato Anarflist Komünist Inisiyatif mentre una cinquantina di militanti cerca di organizzare un picchetto davanti al consolato svedese, subito sventato dallo schieramento di polizia in tenuta antisommossa.
La rumorosa invasione di Istiklal Caddesi, l’area pedonale più amata di tutta Istanbul, da parte degli anarco-comunisti è l’unica manifestazione di piazza che ha fatto notizia in questi giorni, insieme a quella organizzata da Greenpeace ad Ankara contro la creazione di centrali nucleari in Turchia, conclusasi con l’arresto di 21 attivisti. Nonostante alcuni inviati italiani stiano facendo i salti mortali per dimostrare il contrario, la vigilia della visita di Benedetto XVI a Istanbul scorre tranquilla. Si vede qualche auto e furgone della polizia in più vicino alle poche chiese e strutture parrocchiali cattoliche sparse nei quartieri centrali, ma si direbbe normale amministrazione. Se non decideranno di scendere in campo i Lupi Grigi (ultranazionalisti laici), a livello di ordine pubblico la visita del Papa sarà un “non-evento”.
Invisibili agli occhi degli inviati, ma molto più interessanti, sono il cupo rancore e il senso di delusione nei confronti del Papa che infradiciano gli animi degli intellettuali, compresi – e questo è l’elemento più sensazionale – quelli impegnati nel dialogo interreligioso islamo-cristiano. «Gli intellettuali turchi pensano che questo papa sia più un politico che un uomo di religione. Sono abbastanza d’accordo con loro e aggiungo: questo papa è soprattutto un teologo, mentre Giovanni Paolo II era un filosofo e un pastore, e questo non è un bene né per i cattolici, né per i musulmani, perché oggi abbiamo bisogno di filosofi col senso della diplomazia, e non di teologi apologeti della propria parte. Il Papa si è espresso come un teologo medievale». Chi parla così è Ismail Taflpinar, docente di storia delle religioni alla istituzionalissima facoltà di teologia dell’università di Marmara e ospite fisso di tutti i simposi di dialogo islamo-cristiano non solo ad Istanbul. Taflpinar legge il latino dei documenti pontifici, che ha imparato dal domenicano padre Lorenzo Pierotti parroco della chiesa dei santi Pietro e Paolo nel quartiere di Karakoi; ha studiato metodologia all’università cattolica di Lovanio e frequentato vari corsi alla Gregoriana e all’Agostinianum; ma soprattutto ha tradotto in turco la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, una cui copia mi porge con sguardo addolorato dopo avermi firmato la dedica, insieme al volume che raccoglie gli atti di un simposio islamo-cristiano recentemente organizzato dalla sua facoltà di Teologia e dai frati cappuccini.
«Ha dimenticato Averroè»
Un richiamo alla globalità del discorso di Ratisbona non sortisce effetti migliori: «È esatto dire che fra cristianesimo e ragione c’è un legame che passa attraverso Aristotele, ma questo è vero anche per l’islam: il più grande commentatore medievale di Aristotele è stato il musulmano Averroè», sottolinea Emre Öktem, giovane e brillante docente di diritto internazionale all’università di Galatasaray, figlio del più noto Niyazi Öktem, autentico tenore di tutte le iniziative islamo-cristiane varate dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. «Il problema per noi è che già prima di Ratisbona c’era stato un intervento del cardinal Ratzinger sui rapporti fra la Turchia e l’Unione Europea che ci aveva messo in allarme. Ora siamo ancora più preoccupati del ruolo che il papa giocherà nel negoziato fra Turchia ed Europa. Se il papa ha fatto un discorso come quello di Ratisbona, dicendo quel che ha detto sull’islam, non è certo un incidente, ma un intervento meditato».
«Il problema con questo papa – aggiunge Taflpinar – è che in tutti i discorsi in cui parla dell’islam ne parla in riferimento alla minaccia del terrorismo, non alle opportunità del dialogo interreligioso. Ma tutte le religioni sono contrarie al terrorismo. Questa associazione fra islam e terrorismo diffonde inevitabilmente islamofobia».
I passaggi del discorso di Regensburg dedicati all’islam sono oggetto di un tiro al bersaglio incessante. Dice Öktem: «La citazione di Manuele II il paleologo è fuorviante: ho scritto un articolo dove si dimostra che prima di diventare imperatore Manuele ha militato nell’esercito ottomano, poi è passato dall’altra parte: così verso la fine della sua vita ha voluto giustificare teologicamente il suo fallimento. Il teologo persiano che sarebbe l’interlocutore di Michele in realtà era un religioso turco, che il popolo considera il santo protettore di Ankara». «Se la ragione è estranea all’islam, come è potuta sorgere una civiltà islamica?», chiede retoricamente Taflpinar. «Come ha potuto questa civiltà influenzare anche il vostro Rinascimento? Ghazali stesso ha confutato i filosofi, non la filosofia in quanto tale».
Una ferita aperta
Appena un po’ più ottimista è Cemal Usak, vicepresidente della Fondazione degli scrittori e dei giornalisti, emanazione dell’islamismo moderato del movimento Gülen. È appena tornato da un pellegrinaggio multireligioso organizzato dal Centro per il dialogo dell’università di Harvard. Insieme a ebrei e cristiani ha viaggiato da Harran (città turca dove sarebbe vissuto Abramo) fino a Gerusalemme ed Hebron passando attraverso la Siria. «Non sono del tutto d’accordo con quello che ha detto Ali Bardakoglu, il responsabile statale degli affari religiosi, alla stampa italiana. Secondo lui la visita del Papa è un passo nella giusta direzione ma non ripara la ferita. Io invece credo che sarà un passo importante per curare la ferita. A Ratisbona il Papa ha dimenticato di essere papa e ha parlato come un professore che tiene una lezione in una facoltà di teologia, e questo ai musulmani è molto dispiaciuto. Non è stato gentile. Ma la visita è un’occasione per il dialogo e per l’alleanza fra le civiltà».
Ma è rivelatore quel che aggiunge Öktem: «Sono impegnato nel dialogo interreligioso da dieci anni, conosco tanti prelati in Vaticano. Negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II e poi col nuovo papa sono stati pensionati o emarginati tanti ecclesiastici che avevano 50 anni di rapporti islamo-cristiani sulle spalle. La nuova tendenza è chiara da tempo». Ed è anche chiaro chi sono queste brave persone, questi intellettuali in lutto: sono le vedove musulmane del vecchio dialogo interreligioso, che Papa Ratzinger ha deciso di sostituire col dialogo razionale fra persone religiose e non religiose di tutte le culture e tradizioni.
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