Tony Ponzio Pilato

Di Bottarelli Mauro
23 Novembre 2006
«Il Labour punta ai voti degli islamici. Ecco perché mostra un volto ipertollerante». La versione di Matthew D'Ancona

Londra
Il momento attuale non è dei più fulgidi in Gran Bretagna. A dispetto di un’economia che continua a correre (la City ha superato Wall Street), il panorama sociale della nazione mostra sempre più chiari ed evidenti segni di declino. Matthew D’Ancona, direttore del settimanale conservatore The Spectator, da anni denuncia le storture del politically correct e dell’abuso che la politica ufficiale fa del concetto di multiculturalismo per coprire e ammantare di egualitarismo decisioni che sono nella migliore delle ipotesi autolesioniste. «Siamo in uno stato di pericolosa confusione», attacca D’Ancona. «Prendiamo un esempio molto recente: la condanna a morte di Saddam Hussein. Manca poco al paradosso in base al quale difendere il dittatore iracheno dal destino comminatogli da un tribunale sovrano del suo paese diventi chic, un qualcosa di cui andare fieri. Qui non c’entra nulla essere pro o contro la pena di morte. Io stesso sono veementemente contrario alla pena capitale ma non accetto che da quando questa sentenza è stata emanata i media liberal facciano la gara a chi grida più forte quanto sia terribile questa decisione, come sia stato trattato male quel pover’uomo e quanto sia folle per l’Occidente accettare un’esecuzione che, se portata a termine, lo trasformerà in un martire. Ipocriti, per questa gente Saddam è già un martire, da molto prima che il tribunale di Baghdad decidesse l’impiccagione. E non parlo dei paesi arabi: sento gli stessi peana a Tikrit come nel nord di Londra. La copertura che la Bbc ha fatto del giorno della sentenza è esplicativa di questa piega: un insieme di critiche ed eccezioni procedurali supportate da un avvocato per i diritti civili che metteva in discussione la legittimità stessa di un processo basato sulla “giustizia dei vincitori”. Ironia del caso vuole che i maggiori detrattori del concetto di imposizione della democrazia dall’esterno ora invochino l’intervento di un tribunale internazionale, quasi quello iracheno fosse delegittimato a prescindere. Per i liberal ciò di cui ha bisogno l’Iraq non sono più truppe per mantenere l’ordine o più democrazia per far crescere la società civile: no, per loro sono necessari avvocati d’assalto che mantengano lo status quo».
La mobilitazione pro-Saddam l’ha veramente fatta arrabbiare, sembra di capire.
E come non avrebbe potuto? Posso accettare che certe argomentazioni arrivino dal Guardian ma quando a Today, sulla Bbc, l’avvocato dei diritti civili Geoffrey Robertson definisce l’intero processo “una mostruosità” e invita la comunità internazionale a spedire Saddam alle Falklands «affinché passi il resto della sua vita a parlare con i pinguini», bè, questo mi sembra un insulto al popolo iracheno. Fino a non molti anni fa il fatto che un tiranno potesse essere giudicato dai cittadini che ha oppresso pareva un obiettivo da perseguire, ora è una colpa.
Dicono che la condanna a morte di Saddam porterebbe il paese alla guerra civile.
A questa affermazione rispondo che forse la guerra civile divamperà, ma lo farà se noi riporteremo a casa le nostre truppe anzitempo, non certo per quella che io ritengo una decisione positiva per la nazione che Saddam ha devastato.
Dopo gli attentati del 7 luglio dello scorso anno, in Gran Bretagna la questione islamica si è rivelata tremendamente attuale e piena di paradossi pericolosi. Cosa ne pensa?
Nel corso della trasmissione televisiva Newsnight, la più importante del paese in fatto di politica e approfondimento, il capo del gruppo al Ghuraba, Anjem Choudary, ha risposto in questa maniera a Jeremy Paxman che gli chiedeva se si sarebbe trovato meglio in un paese in cui vige la sharia: «Chi le ha detto che la Gran Bretagna le appartiene? La Gran Bretagna appartiene ad Allah. Se vai nella jungla non devi vivere come gli animali ma devi propagare, come stiamo facendo noi islamici, uno stile di vita superiore». In studio era presente anche Sayeeda Warsi, il vicesegretario dei conservatori, una musulmana britannica di origine pachistana. Sa cosa ha detto Choudary alla Warsi, una parlamentare? «Tu non puoi parlare perché non porti il velo». Questo è accaduto veramente, tre lunedì fa, sulla Bbc. In prime time. Per donne come la Warsi è pericoloso affrontare certi temi, avere il coraggio di denunciare il fondamentalismo e criticare questo atteggiamento retrogrado e fascista.
Ma il governo di Tony Blair, l’alleato principe di Bush nella guerra al terrore, cosa fa per combattere questa battaglia?
Si preoccupa di non scontentare gli islamici britannici per fini elettorali. Le ultime elezioni politiche hanno parlato chiaro: nelle aree del paese in cui l’elettorato islamico è tra il 5 e il 10 per cento del totale, il Labour ha perso quasi il 9 per cento dei consensi a causa della guerra e della concorrenza “da sinistra” dei LibDem. Nei collegi in cui il voto islamico superava il 10 per centro, il crollo toccava il 12 per cento dei consensi. Per questo ora il governo mostra il suo volto ipertollerante, per puro calcolo elettoralistico, l’opzione preferita dagli stregoni del Labour. È la stessa logica che sottende la volontà di colpire qualsiasi voce dissenziente attraverso l’accusa di razzismo e istigazione all’odio etnico e religioso. Dietro questa nuova crociata antirazzista, infatti, non c’è altro che la volontà di riconquistare i voti della working class bianca, stufa di non vedere rappresentate le proprie preoccupazioni, che sono sicurezza, immigrazione, lotta al terrorismo. In aree come Dagenham, che esprime un deputato laburista, in consiglio comunale siedono 11 consiglieri non dico dei Tories, ma del British National Party.
Dalla sinistra alla destra estrema. Perché?
È un segnale di cortocircuito, se non di impazzimento generale. Anni fa, all’inizio della sua carriera politica, Tony Blair mi disse nel corso di un’intervista di essere affascinato dalla figura di Ponzio Pilato come archetipo del politico. Forse tutti i politici tenderanno a questo status ma non tutti, grazie al cielo, quando arriva il momento di decidere optano per lavarsene le mani. Come fa Blair.
Lei non è mai stato tenero con Silvio Berlusconi. Come valuta il governo del suo successore, Romano Prodi?
È vero, non sono mai stato tenero con Silvio Berlusconi, ma solo perché ritenevo limitante il suo conflitto d’interessi, qualcosa che la politica britannica ritiene inaccettabile di principio. Non c’era nulla di preconcetto nei miei giudizi. Detto questo ho attaccato anche Romano Prodi durante la sua presidenza della Commissione europea per la sua burocrazia, il suo centralismo, gli sprechi e la corruzione. Ho letto qualcosa riguardo la Finanziaria che sta preparando e mi sembra quanto di più lontano dalla logica del mercato e di un’economia liberale, l’ennesima riprova del fatto che il centrosinistra italiano è ostaggio della sinistra di stampo comunista e dei sindacati. Insomma, Silvio Berlusconi non mi piaceva granché, ma ora mi sembra che siate davvero caduti dalla padella nella brace.

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