Dibattito satanico sul raìs alla forca

Di Berlicche
23 Novembre 2006

Caro Berlicche, ammetto che la tua penultima lettera mi ha lasciato un po’ perplesso. Non tanto per la parte riguardante l’inganno della dolce morte (è molto facile di questi tempi convincere che le convinzioni del Nemico siano retrogade e barbare), ma per quella sulla condanna a morte di Saddam. Tu dici che la morte di Saddam porterebbe i piatti della bilancia della giustizia in equilibrio. Sicuro di quello che dici? In fondo la sua morte ci offrirebbe molte prospettive per sconfiggere il Nemico: molta gente che lo odia invocherà la sua morte, molta gente che lo compatisce vorrà porre fine alle sue pene, molta gente che lo sostiene accrescerà il suo odio.
Per di più tu dici che, finché rimarrà in vita, Caino diventerà sempre più Caino, ma il Nemico, sacrificandosi, non ha dato la possibilità agli uomini di riscattarsi? Non ha concesso loro la possibilità di lavarsi del sangue e di purificarsene? Non è forse questa la sua più grande e temuta forza, che ci obbliga a lavorare indefessamente giorno e notte? Tu dici anche che se nessuno merita la morte, nessuno merita il Paradiso. Ma noi stiamo conducendo quei futili esseri alla vera morte, e la morte terrena può solo esserci utile per creare la vera morte. Sono sicuro che chiarirai questi miei dubbi al più presto.
Un povero diavolo di lettore

Caro lettore indiavolato, io volevo dire una cosa semplice, che ho imparato dal Nemico. Il merito implica il premio. E per dare senso al merito occorre che esista anche la possibilità della punizione, della condanna. La dannazione eterna, d’altronde, non l’abbiamo inventata noi diavoli, noi siamo quelli che la subiscono. Ricordo un funzionario del Nemico che si augurò un Inferno vuoto. Appunto, vuoto, non inesistente. Tutte le immagini forti e paradossali che ho usato (anche il paradosso ho imparato a usarlo dal Nemico, tu l’hai mai visto un padre che mette il figlio in croce?) servivano a dire che noi dobbiamo temere gli uomini che non hanno paura di essere conseguenti nel pensiero, anche quando questo giunge a conclusioni che vanno contro l’opinione dominante, contro la doxa (paradosso). Dire che un uomo merita la morte per i suoi delitti non vuol dire giustiziarlo seduta stante, vuol dire riconoscere il prezzo del suo crimine. Poi un principio di prudenza, cioè la possibilità dell’errore nel giudizio, o la capacità di renderlo inoffensivo verso i suoi simili con altri sistemi (ma dovresti sentire cosa dicono certi ergastolani sul “fine pena mai”) portano il Nemico alla conclusione pratica dell’inapplicabilità della pena. Ma non della sua inconcepibilità. In questo seguo la logica del Nemico quando fa dire a suo figlio che chi si macchia di certi delitti contro i bambini dovrebbe mettersi una macina al collo e buttarsi in mare, dice cioè che il prezzo di certi delitti è la morte del reo. Detto ciò, ha poi deciso che il prezzo per questi e tutti gli altri delitti non era il sangue del reo ma il suo (riscattati a prezzo del suo sangue). Questa sua dannata voglia di salvare tutti però ha un limite – che l’ha fatto urlare di dolore sulla croce, quando ha capito che non riusciva a salvare Giuda -: la non voglia dell’uomo di farsi salvare. Noi interveniamo qui e, ripeto, più tempo abbiamo meglio è. Fino al penultimo istante della vita terrena. L’ultimo, di solito, è del Nemico. Dopo noi non possiamo fare più niente. Ciao Berlicche

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