Gli amici giusti.
A una settimana scarsa dal voto, Hugo Chávez è accreditato nei sondaggi di un vantaggio a doppia cifra sul suo principale rivale alla presidenza del Venezuela, il socialdemocratico Manuel Rosales. La stampa zerbinata di tutta Europa ha già deciso che la sua prevedibile vittoria dipende dall’efficacia delle politiche del governo chavista nei confronti della povertà, secondo le statistiche di Caracas: i poveri sarebbero scesi dal 44 al 34 per cento fra il 1998 (anno di ascesa di Chávez al potere) ed oggi, i poveri assoluti dal 17 al 10 per cento.
Statistiche più affidabili parlano un linguaggio diverso: nei cinque anni dell’ultimo governo prima di quello di Chávez furono costruite 341 mila case per i poveri, no-
nostante il prezzo del petrolio (la più importante voce dell’export venezuelano) siano basso, mentre negli otto anni del regime del caudillo ne sono state completate solo 244 mila benché le risorse a disposizione fossero molto cresciute. Se poi si va a consultare il Rapporto 2006 sullo sviluppo umano dell’Onu, si scoprono casi di significativi paesi che negli ultimi anni hanno fatto meglio del Venezuela pur non disponendo della manna petrolifera. È il caso di una serie di paesi che nel 1995 presentavano un valore dell’indice di sviluppo umano (che risulta dalla media ponderata di reddito, speranza di vita e alfabetizzazione) inferiore a quello del Venezuela, mentre oggi sono alla pari o lo hanno superato. Mentre infatti il paese di Chávez è passato da un indice di sviluppo umano di 0,768 a uno di 0,784 fra il 1995 e il 2004, hanno fatto meglio di lui nello stesso periodo il Brasile (da 0,749 a 0,792), la Colombia (da 0,754 a 0,790), l’Albania (da 0,704 a 0,784) e la Thailandia (da 0,751 a 0,784). Infine, l’astensionismo elettorale fra il 30 e il 40 per cento degli aventi diritto al voto che il Venezuela registra ad ogni elezione è composto quasi completamente da soggetti a basso reddito, mentre almeno un terzo dei poveri che vanno alle urne non votano la coalizione del presidente.
Le ragioni del successo di Chávez sono altre, e le ha spiegate con chiarezza su Foreign Policy il politologo Javier Corrales, che per l’uomo forte di Caracas ha coniato la categoria di “autoritarismo competitivo”. Hugo Chávez non fonda il suo potere su campi di concentramento o fucilazioni, non ha abolito i partiti e non ha annientato la società civile come Castro a L’Avana, la stampa può criticare il governo e non si registrano desaparecidos, eppure da tempo il Venezuela non è più una democrazia. In una democrazia non può succedere che il Parlamento unicamerale, la Corte costituzionale, la Commissione elettorale nazionale, la compagnia di Stato che ha il monopolio sul petrolio e le forze armate organizzate in due ordini distinti si ritrovino sotto il controllo arbitrario e completo del capo dell’esecutivo, in Venezuela sì.
Riforme ad personam
Tutto è cominciato con la nuova costituzione del 1999, che ha permesso a Chávez di abolire il Senato e le maggioranze parlamentari dei due terzi per le modifiche costituzionali, di nominare suoi uomini di fiducia in una Corte costituzionale pletorica di 32 giudici, di gestire i conti della Pdvsa (l’Eni venezuelana) senza rendere conto a nessuno, di promuovere i militari amici e creare un esercito parallelo di riservisti che è una riserva di manodopera partitica ed elettorale, ma soprattutto di prendere il controllo della Commissione elettorale nazionale. Quest’ultima non è dedita a brogli su vasta scala, ma ad operazioni chirurgiche ed efficaci di manipolazione: in Venezuela ci vogliono mesi per rinnovare un passaporto, ma 2 milioni e 700 mila nuovi elettori sono stati registrati in meno di due anni; 530 mila stranieri sono stati naturalizzati e registrati in meno di 20 mesi; 3 milioni e 300 mila elettori sono stati trasferiti da un distretto elettorale a un altro per garantire il successo alla coalizione di Chávez. È opera della Commissione anche quella grande operazione di intimidazione che è stata la pubblicazione on line dei nomi degli elettori firmatari della richiesta di referendum per la destituzione del presidente.
Una volta procuratosi gli strumenti, Chávez ha inaugurato la strategia che doveva garantirgli la vittoria: quella del “caos controllato”. Si è trattato di creare un clima di radicalizzazione dello scontro politico, allo scopo di polarizzare la società e creare le condizioni per le quali una quota decisiva della popolazione potesse identificare le proprie fortune con quelle del caudillo. Chávez ha indotto insicurezza politica aggredendo l’opposizione con riforme provocatorie e demagogiche (l’inutile esproprio di terre, la minacciata nazionalizzazione ed ideologizzazione dell’educazione) e sfidando insistentemente Bush per poi evocare un’aggressione degli Stati Uniti al paese; allo stesso tempo ha trascurato la funzione pubblica, ha alternato decine di ministri nei suoi governi, ha lasciato che la criminalità crescesse incontrastata. Quindi si è presentato come l’unico riparo del cittadino in ansia e in particolare dei poveri.
Un perfetto stile hobbesiano
Spiega Corrales: «Forse Chávez non ha letto Hobbes, ma capisce il suo pensiero alla perfezione. Sa che i cittadini che vedono il mondo crollare apprezzeranno l’interventismo statale. Questo significa che Chávez non ha nessun incentivo ad affrontare veramente le crisi del Venezuela. Piuttosto che cercare di far funzionare il catastrofico sistema sanitario nazionale, apre qualche ospedale militare per pazienti selezionati e importa medici cubani per far loro dirigere cliniche ad hoc. Piuttosto che affrontare la mancanza di competitività dell’economia, offre sussidi e protezionismo agli operatori economici in difficoltà. Piuttosto che combattere l’inflazione, che è il vero modo di lottare contro la povertà, Chávez istituisce controlli dei prezzi e crea negozi locali di alimentari a prezzi sovvenzionati. Piuttosto che promuovere stabili diritti di proprietà per rilanciare gli investimenti e i posti di lavoro, espande il numero degli impiegati statali».
Il bello è che sia in Europa che in America latina c’è chi crede che questa sia una politica di sinistra, e non un’originale forma di populismo neo-dittatoriale, pernicioso per gli interessi del popolo come tutti i populismi.
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