E’ andata così

Di Simone Fortunato
30 Novembre 2006
Due ragazzi in una storia incredibile che cambierà il mondo. Sono lontani i Maria e Giuseppe dei santini

Le grandi cose nascono da umili origini. E umile è anche Nativity, il film che uscirà venerdì primo dicembre in tutte le sale d’Italia e del mondo. Un film discreto, fatto di sussurri, antispettacolare. Lo dirige in punta di piedi Catherine Hardwicke, cinquantenne texana giunta alla terza regia, dopo due pellicole interessanti e tragiche sul mondo dei ragazzi. Nel suo esordio, Thirteen – 13 anni (2003), raccontava con realismo la vicenda di una tredicenne con famiglia sfasciata alle spalle che a scuola frequenta brutte compagnie e rischia di perdersi per sempre. Stesso tema nel film successivo, Lords of Dogtown (2005), un gruppo di amici che per passare il tempo inventa lo skateboard acrobatico; anche qui i protagonisti sono ragazzi senza padri, con madri abbandonate e “fumate”.

«Cosa insegnerò a mio figlio?»
Anche Nativity è un film di ragazzi. Non solo per l’età anagrafica dell’attrice protagonista (l’australiana Keisha Castle-Hughes, per metà maori, classe 1990), ma anche perché Maria e Giuseppe nel film sono proprio dei ragazzi. Ma veri. Maria, lontana da ogni immaginetta devozionale, è un tipo umile ma deciso, che per un attimo si ribella al matrimonio combinato dai genitori, che si domanda che speranza ci sia in un posto come Nazareth, che affronta con dignità l’inevitabile disprezzo del suo stato. Giuseppe reagisce male, umanamente male, alla gravidanza della futura moglie; poi si capisce che sarebbe anche disposto a prendere il figlio come suo, se non fosse costretto a mentire. Infine, dopo la visita dell’Angelo, la reciproca fiducia dei due costruisce il patto da cui Gesù sarà protetto.
Sono ragazzi, e hanno paura di quello a cui sono chiamati. Come non averne, del resto? «Che cosa mai potrò insegnare a mio figlio che non sappia già?» si chiede Giuseppe pensando al domani. Hanno paura Maria e Giuseppe, ma si fidano di quel che è accaduto. Giuseppe è «un uomo forte, un buon padre», confida Maria al figlio che porta in grembo, mentre lava i piedi al suo uomo, sfinito dalla fatica. Il padre che i ragazzi della Hardwicke non hanno mai conosciuto. Il padre che c’è, che rimane in trincea ed è amorevolmente protettivo anche di fronte al più grande dei misteri. Il padre che promette e mantiene, che sa sacrificarsi per un bene più grande. Attento a tutto, persino all’asino a cui dà da mangiare del suo perché stia in forze e porti Maria a destinazione. Un padre che si commuove di fonte alla nascita di un figlio che non è suo eppure lo è.
Insomma, Nativity è un film sulla famiglia e sul dono di Gesù nel mondo e sarebbe da vedere assieme a un altro film nelle sale, I figli degli uomini che racconta una storia analoga, anche se ambientata in un futuro prossimo. Sono due film sul Natale. Visivamente semplice, senza sangue (nemmeno nella sequenza della strage degli innocenti) Nativity è un film ortodosso che sembra fatto apposta per raccontare la natività ai più piccoli e anche a quelli che nemmeno sanno chi sia Cristo. Chissà se il film uscirà in Cina: sarebbe una buona cosa e uno strumento utile. Ci sono anche i Magi, rappresentati come tre amici tutti tesi nel loro viaggio verso la Stella.

I santi che si arrabbiano
La Chiesa, che domenica scorsa ha allestito una proiezione in Vaticano, si è espressa favorevolmente di fronte a un film giudicato intimista e positivo. Sembra di risentire le parole di Papa Giovanni Paolo II, dopo aver visto The Passion: «È veramente andata così». È veramente andata così anche la Natività, anche se l’operazione della Hardwicke è di segno opposto rispetto a quella di Mel Gibson – di cui peraltro condivide la location, Matera. In The Passion ciò che rimaneva impresso era la carne martoriata di Cristo. I centurioni senza denti, le barbe lorde di sangue dei farisei, l’impiccagione di Giuda. Qui tutto è più stemperato. Non ci sono durezze. I colori sono vivi e il racconto lineare e privo di flashback.
Ed è giusto così: un film per ragazzi, forse – ma, come ricordavano Lewis e Tolkien, un’opera non va bene per i ragazzi se non va bene anche per gli adulti -, una sorta di catechismo illustrato per quadri, lontano tanto dallo spiritualismo vacuo quanto dal bigottismo politicamente corretto. I santi non sono belle statuine ma si arrabbiano, eccome. Hanno il loro bel carattere, perché fortunatamente sono uomini come tutti.
Nativity forse appassiona meno di The Passion, ma è un film utile perché offre degli esempi umani desiderabili e, soprattutto, possibili anche oggi. Giuseppe è l’eco del Padre che sta nei Cieli. Ma è vero padre. È la roccia e il bastione con cui difendere la famiglia. Si può essere come lui. E Maria è una sedicenne che ha il coraggio di dire di sì di fronte al Mistero più grande. È acerba, giovanissima, ma è già tutta lì la sua umanità. Sotto il peso degli anni e del dolore, il suo viso sarà solcato dalle lacrime ma il suo cuore non si indurirà. La Madonna della Hardwicke è dolce ma profondamente umana, al punto che non è difficile vedere in lei quella che sarà la Mater Dolorosa di Gibson.

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