Per una buona catechesi: più polonio nei materassi

Nell’ampio e prezioso inserto culturale del Sole 24 Ore, che un amico impiegato di banca mi passa ogni settimana, mi imbatto in un gustoso articolo che commenta la fede dei cristiani. L’autore, riprendendo le tesi di un suo libro in uscita in questi giorni, ha buon gioco nel rilevare che la fede di tanti cristiani è spesso senza contenuto: si crede senza sapere che cosa si crede. Egli immagina un exit poll fuori dalle chiese, che proponga quesiti concernenti materie di fede: se ne sentirebbero di belle, o meglio ci si vedrebbe catapultati «nel folto di una lussureggiante foresta di nestoriani e monofisiti, di ariani e di catari, di seguaci di Melantone, Zwinglio o Carlostadio.». Il nostro arriva ad affermare che i supposti eretici oggi non vengono più perseguitati «perché mancano le figure professionali capaci di scovare le eresie». Ora, è certamente vero che molte persone non saprebbero definire il Dio uno e trino, e magari inciamperebbero nel dogma della Immacolata concezione. Nel discorso a braccio rivolto ai vescovi svizzeri qualche settimana fa, il Papa rilevava che negli ultimi cinquant’anni la catechesi «si è persa molto nell’antropologia», «cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede». Inoltre, la crassa superficialità della società che ci circonda e la sconcertante banalità propagata da tanti mezzi di comunicazione non introducono certo un percorso favorevole alla fede. I cristiani stessi riconoscono la propria ignoranza della fede quando hanno la felice occasione di prendere in mano il Catechismo della Chiesa cattolica, o almeno il suo provvidenziale Compendio, oppure quando hanno la ventura di partecipare a una vera lezione di catechismo come sono in questi mesi le udienze del Papa al mercoledì: allora confessano candidamente che “non sapevano quelle cose e che c’è veramente ancora tanto da imparare”. Tutte queste sono osservazioni vere. Nello stesso tempo è vero un altro fatto. «Chi crede non è mai solo», secondo l’espressione di Benedetto XVI in Germania. Chi crede non crede di una fede solitaria. E nemmeno si dovrà obbligare alcuno a esprimere la sua fede in una serie di formulazioni teoriche. Non si chiederebbe a nessun innamorato di stendere una relazione sulla persona amata, prima di poter convolare a nozze. La fede esprime una posizione umana profondamente ragionevole, che però non coincide semplicemente con la sua formulazione verbale, ma con il riconoscimento e l’accoglienza dell’oggetto conosciuto e amato, che è lo stesso Signore Gesù. Maria Goretti è diventata santa essendo stata educata alla fede attraverso pochi rudimenti di catechismo e poche essenziali preghiere. «Noi crediamo insieme con la Chiesa», ha ripetuto ancora papa Benedetto XVI ai vescovi svizzeri. «Non tutto ciò che insegna la Chiesa possiamo comprendere, non tutto deve essere presente in ogni vita. È però importante che siamo credenti nel grande Io della Chiesa, nel suo Noi vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede». Anche il piccolo bambino viene portato in braccio dai genitori, anche la donna non istruita impara ad affidarsi a persone di fiducia, anche il camionista che gira il mondo può trovare conforto e luce dai suoi amici cristiani. La fede con la quale ciascuno crede è personalmente la sua propria, ma nello stesso tempo «è la fede della Chiesa; e noi, consapevoli della nostra insufficienza e del nostro limite, ci gloriamo di professarla» in comunione con tutti i nostri fratelli cristiani.
don Angelo Busetto Milano
È tutto vero e, nel nostro piccolo, sottoscriviamo queste perle di saggezza di un bravo sacerdote lombardo. Però ci piacerebbe lo stesso che, almeno nelle parrocchie, il catechismo cattolico andasse più di moda di quelli di Giulietto e di Maometto.

Ho letto il vostro articolo “Quel silenzio rancoroso” sul numero 45 di Tempi, in cui sono riportate anche alcune mie dichiarazioni rilasciate al vostro inviato Rodolfo Casadei. Vorrei chiarire bene un punto, e cioè che per quanto riguarda la nuova tendenza del dialogo interreligioso che il Papa ha inaugurato, io penso che gli interlocutori continueranno ad essere quelli che voi nell’articolo avete definito “queste brave persone”. Con amicizia.
Ismail Tas¸pinar
Facoltà di Teologia
dell’Università di Marmara
Uskudar, Istanbul
Ora la precisazione è a disposizione di tutti i lettori di Tempi. Cogliamo l’occasione per riprodurre correttamente il cognome del noto docente di Storia delle religioni, autore della traduzione in turco della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, che per un’errata trascodifica informatica era stato deformato in Taflpinar. Ce ne scusiamo con lui e coi lettori.

Benché non sia residente a Certosa di Pavia, mi è capitato di andare in Comune e, nell’ufficio principale, vedere esposto in bella mostra un grande poster di Che Guevara. Ho protestato vivamente. Dopo una settimana sono ritornato. Il Che era sempre lì. Allora sono andato a parlare col sindaco, il quale mi ha detto che a lui sembrava una cosa normale. Gli ho detto che proprio questo è il problema, e cioè che i tiranni rossi sono “normali”. Mentre se ci fosse stata la faccia di Hitler, allora sicuramente la cosa non sarebbe stata ammessa. Me ne sono andato sbattendo la porta. Tanto parlare con loro è come parlare coi materassi.
Angelo Pessina Pavia
Perdoni, ma al momento non abbiamo disponibilità di polonio. Ha provato dai rivenditori di materassi?

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