Amo questo paese
«In America non esiste l’usanza di classificare gli scrittori di narrativa secondo la loro appartenenza politica, di schierarli a destra o a sinistra. Dibattiti come quello su Pietrangelo Buttafuoco sono fuori discussione. Gli scrittori hanno opinioni personali che raramente rivelano, sulle questioni strettamente politiche, e fare ipotesi in base alla loro produzione letteraria è quantomeno azzardato, oltre che inutile». Marisa Caramella ci spiazza subito. Ha appena letto il pezzo su Cormac McCarthy pubblicato da Tempi il 19 ottobre, ed è sconcertata dalla definizione di McCarthy come «unico conservatore in un team di pensatori liberal». Marisa Caramella nel corso di quindici anni ha contribuito a rinnovare il catalogo di letteratura americana dell’Einaudi, ed è da poco passata alla Mondadori con lo stesso compito. Da ex sessantottina (lo dice lei) fa dapprima qualche resistenza a parlare con un giornale che ritiene di sensibilità molto diversa dalla sua; poi cordialmente accetta di aprirci la porta di casa, un bel palazzo d’epoca, zona Brera, a Milano. Le chiediamo di aiutarci a capire quali sono le tendenze in atto nella narrativa a stelle e strisce, ma lei ci ribalta la prospettiva: «Oggi non ci sono tendenze, in America, se per tendenze si intendono schieramenti, casellari, gruppi che abbiano in comune qualcosa di più che non l’età, o la sensibilità al mondo contemporaneo. Sono prima di tutto gli scrittori, a rifiutare di farsi etichettare dai critici».
Tutti diversi, dunque? Non c’è nulla che accomuni gli scrittori?
Sì, certo, l’amore per il loro paese, ad esempio. Basta vedere come lo raccontano, con quale partecipazione simbiotica descrivono i paesaggi, i climi, l’atmosfera, l’aria. Non è un caso che pochi scrittori americani ambientino le loro storie all’estero. Certo, ci sono le spy story, i romanzi d’avventura, ma qui siamo in un altro territorio, quello per lo più della narrativa di intrattenimento, dove i paesi stranieri sono funzionali allo sviluppo di una trama a suspense, o di natura politica. penso a Libra, di Don DeLillo, dove c’è una breve “incursione” nell’Unione Sovietica per raccontare il passato di Lee Oswald. Vede, l’America è un paese molto vasto, dai mille paesaggi, cieli, atmosfere, dove la luce, il colore dell’aria cambiano, assumono sfumature diverse da un istante all’altro. E l’amore degli scrittori per la propria terra si vede dal modo con cui collocano le loro storie in un luogo, una luce, un clima. Pensi al Kerouac di Sulla strada, o a Le correzioni di Jonathan Franzen (secondo me il romanzo più intelligente, sofisticato e complesso ma accessibile a un vasto pubblico degli ultimi anni) e alla tempesta con cui si apre: siamo di colpo in un luogo preciso, il Midwest, con tutte le sue implicazioni. Oppure all’attacco di un capitolo di Underworld, di Don DeLillo: «Era una di quelle giornate a Central Park». Basta questo: chiunque sia stato a New York riconosce immediatamente il fascino magico di una di “quelle giornate” limpide, terse, a Central Park.
Altri autori, però, hanno anche una forte carica morale.
Compresi quelli che ho appena citato. E ce l’ha Cormac McCarthy, certo, con la sua visione apocalittica, anarchica, visionaria. Ma anche per lui lo sfondo, il paesaggio, il luogo in cui avviene l’eterna lotta tra il Bene e il Male, sono decisivi. Le sue pagine migliori sono quelle, lunghe, dettagliate, ipnotiche, in cui descrive i deserti, le rocce, le sabbie, l’orizzonte. I suoi personaggi respirano la polvere di quegli spazi. Anche il paesaggio dell’ultimo romanzo, The Road, è il suo deserto, quello di sempre, dipinto di grigio.
Per questo non lo vuole mai lasciare, perché ci è fisicamente legato.
Sì, ma anche perché fa parte del gruppo degli scrittori “reclusi”, da Jerome David Salinger a Thomas Pynchon. È un fenomeno tipicamente americano, questo isolamento che esclude interviste, apparizioni tv. Il messaggio è: «Tutto quello che abbiamo da dire lo diciamo nei nostri romanzi». Rifiutano il ruolo di tuttologhi, di commentatori dell’ultima ora, sono occupati a scrivere invece che a esternare. E sì, sono molto legati al loro ambiente fisico, sia esso una cittadina del New England o il deserto del Texas.
Torniamo per un momento a Franzen: lei lo esalta, ma la critica è divisa sul suo ultimo libro autobiografico, Zona disagio.
Sì. I suoi scritti parlano al pubblico, non ai critici, che questa volta gli rimproverano, in sostanza, di costruirsi addosso l’immagine dell’antipatico, del diverso, dell’outsider, di “isolarsi”, ancora una volta. Franzen li sfida, i critici, che d’altra parte negli Stati Uniti sono più liberi che non da noi.
Quindi, neanche dal punto di vista della critica ci sono “tendenze”, filoni che vengono sistematicamente promossi, sponsorizzati?
No, secondo me no, non dal punto di vista della critica. Le “tendenze” le fa il mercato. Se un genere funziona, gli editori lo alimentano. Al momento, per esempio, sono in voga i romanzi storici. Soprattutto, ma non solo, di storia americana, dalla conquista del West alla Guerra di secessione. Ma per decenni la letteratura di intrattenimento ha messo al centro la contemporaneità: ai tempi della guerra fredda lo scontro Usa-Urss, i duelli di spie, poi, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, i duelli in tribunale del legal thriller, e quelli tra mostri e cacciatori di mostri dei romanzi sui serial killer (fenomeno proprio americano, questo: gli Usa, con il 5 per cento della popolazione mondiale, hanno il 95 per cento di assassini seriali). È come se anche a questo livello la letteratura si interrogasse sull’America, gli scrittori tentassero di spiegare i problemi, i fenomeni sociali del proprio paese, spesso con una grande capacità di comprensione e di compassione, e di raccontare l’eterna lotta tra il Bene e il Male come duello, protagonista l’eroe solitario, o il manipolo di eroi. Ecco forse la chiave della letteratura contemporanea popolare. Pensiamo per esempio ai legal thriller di John Grisham: l’avvocato integro che combatte, solo contro tutti, il sistema corrotto, per mantenere vivo il sogno di trovarsi in un paese nuovo, dove gli uomini siano liberi di esprimersi al meglio.
Senta, com’è che una ex sessantottina non pentita come lei ama l’America?
Il mio non è un atteggiamento ideologico, nasce dall’esperienza. Sono stata per la prima volta in America nel 1963, all’università, con una borsa di studio Fulbright. Ho visto i miei compagni di studi tornare mutilati dal Vietnam, ma anche le prime manifestazioni contro la guerra, ho vissuto insieme agli altri i giorni dell’assassinio di Kennedy, sorpresa dalla reazione della gente, ho assistito a queste vicende senza filtri ideologici. Quasi quarant’anni dopo, a New York, ho visto il paese reagire all’attacco dell’11 settembre nello stesso modo: ho ritrovato il popolo che conoscevo, capace di grande solidarietà, di unità e sangue freddo davanti al pericolo. I newyorchesi erano preoccupati in primo luogo di non perdere la testa, di prestare soccorso, di intervenire positivamente, senza lamenti e recriminazioni, tutti insieme. Davanti alla catastrofe, ho visto di nuovo la nazione al suo meglio. Gli americani hanno reagito come sempre: siamo noi, e stiamo insieme, siamo tutti (o quasi) per Bush perché siamo per l’America, indipendentemente dal nostro credo politico. Un consenso di cui Bush ha fatto scempio, ma questo è un altro discorso. Gli americani sono davvero diversi da noi, e anche diversi da come li immaginiamo. Per questo, tutte le volte che ho visto la bandiera a stelle e strisce bruciata nelle piazze o sventolata nei cortei, vituperata o osannata, mi sono chiesta da dove venisse il fascino che l’America esercita nel mondo.
Ma anche lei è evidentemente affascinata.
Senza dubbio, al punto da dedicare buona parte della mia vita a cercare di conoscerla senza riuscirci.
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