Lo scandalo del ritorno al bello
Il Guardian l’ha stroncato. Non stupisce. Come può accettare uno che riconosce come orrori i propri errori, compiuti nella “swinging London” degli anni Sessanta? Robert Hughes ci era arrivato dalla nativa Australia, fumettista in cerca di formazione artistica, deciso a buttare a mare il rigido tradizionalismo cattolico in cui era stato educato dai gesuiti per abbracciare le rivoluzioni dell’arte moderna. Passando dall’Italia però era rimasto folgorato dal Parmigianino e dalla Maestà di Duccio. A Londra aveva poi sposato una donna che lo aveva invece introdotto ai paradisi artificiali delle droghe e del sesso a gogò («In quali abissi di tedio si possa sprofondare quando si sta seduti, mezzi storditi, ad ascoltare gente che farnetica sull’unificazione dell’umanità e la cancellazione dei suoi istinti aggressivi con l’amore e le droghe, è difficile da immaginare per chi non c’è passato»). Un redattore di Time che aveva notato alcuni suoi pezzi lo chiamò da New York per offrirgli un posto; ma lui, ubriaco, riattaccò, prendendolo per un agente della Cia. Per sua fortuna, e nostra, il redattore richiamò, e Hughes divenne per oltre trent’anni il critico d’arte della rivista. Dalle cui pagine fustigò implacabilmente la robaccia spacciata come arte solo perché era “originale”.
Tutto questo, e molto altro, è raccontato nelle pagine di Things I Didn’t Know, che si apre con l’impressionante resoconto dell’incidente d’auto in cui Hughes ha rischiato la pelle, ore e ore imprigionato fra le lamiere aspettando la morte, raffigurandosela con le immagini del Libro delle Ore del duca di Berry. Poi la salvezza, grazie a un aborigeno di passaggio, di nome Joe Fishhook (“amo da pesca”). «Nemmeno il suo faccia a faccia con la morte – ha commentato un critico di Time – ha ricondotto Hughes alla fede della sua infanzia. Ma il resto di noi può ringraziare il Dio di sant’Ignazio, del Parmigianino e dell’arte medievale che a un punto cruciale della sua vita ci sia stato un “Amo da pesca” a salvarlo».
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