Rileggere Ginsberg

Di Persico Roberto
07 Dicembre 2006
«"Poeta beat"? No, Allen era molto di più». Perché Il Saggiatore ha deciso di sfidare Fernanda Pivano

Cinquant’anni fa (ottobre 1956) usciva Urlo, l’opera che rivoluzionò la poesia americana. Nove anni fa (aprile 1997) Allen Ginsberg moriva. Lo ricordiamo con Luca Formenton, oggi presidente dell’editrice Il Saggiatore, che sta ripubblicando tutta la sua opera: «No, non è stato semplicemente un “poeta beat”, non si può schiacciare sul mito della beat generation. Allen Ginsberg appartiene a pieno titolo alla grande tradizione della poesia americana, quella di Walt Whitman, di Williams Carlos Williams, di Ezra Pound».
Come è entrato in contatto con Ginsberg?
È stato l’idolo della mia giovinezza, fin da quando, al liceo, abbiamo messo in scena una lettura di Urlo. Può immaginare la mia emozione quando me lo sono trovato davanti, nel 1995, nel suo ufficio di New York: un anziano signore, molto dignitoso, che mi studiava attentamente. Mi chiese di accompagnarlo a fare una passeggiata. Camminammo a lungo, ed ebbi costantemente l’impressione che mi stesse studiando. Alla fine deve aver deciso che gli andavo a genio.
E poi?
E poi è nato un rapporto straordinario, in cui amicizia e lavoro sono diventati tutt’uno. Così è nato il celebre reading ai Magazzini generali, dove sono arrivate, inaspettatamente, più di quattromila persone, mettendo in crisi tutta l’organizzazione. E stupendo lui, che era abituato a trovarsi davanti poche decine di uditori. Era contentissimo e aveva promesso di tornare. Non ha fatto in tempo; così dopo la sua morte abbiamo fatto il memorial in suo onore. E da quel rapporto è nato anche il progetto di pubblicare in una nuova traduzione tutta la sua opera.
Perché una nuova traduzione?
Per cercare di essere più fedeli a un elemento fondamentale della sua poesia, il ritmo. Vede, le poesie di Allen erano pensate per essere lette in pubblico, i versi sono cadenzati sul ritmo del respiro, riprendendo la lezione di Whitman. E poi perché l’italiano degli anni Novanta non era più quello delle prime traduzioni, negli anni Sessanta.
E qui nacque la polemica con la Pivano.
Nanda era e rimane un’amica. All’inizio avevamo pensato a una semplice revisione delle sue traduzioni; però lei non volle che ci si mettesse mano, era convinta che andassero ancora bene così com’erano. Allora mi sono rivolto a un altro amico, Luca Fontana. Il problema era se sarebbe piaciuto ad Allen. Dopo le presentazioni, li lasciai in un ristorante milanese, avevo un altro impegno. Tornai con un po’ di apprensione, e li trovai che stavano cantando in coppia canzoni di John Lennon. Era fatta.
E il risultato?
Ad Allen piacque molto, perché rende più giustizia al ritmo, al respiro dei versi. E il nuovo ritmo rende più esplicita l’invocazione, la domanda che sottendono. Pensi che Luca Fontana aveva persino cercato un altro titolo, perché, diceva, Urlo in italiano dà un’idea di grido di protesta che nella poesia c’è molto meno di quanto sembri a prima vista, mentre l’originale “Howl” ha anche il senso di lamento, del “Llanto” spagnolo, di “Lai” francese. Del nostro “pianto” nel senso della Madonna di Jacopone.

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