Proteste per il suicidio antiecumenico di Weisselberg

Ecco qualche aggiornamento sulla tragica fine di Roland Weisselberg, 73 anni, parroco evangelico in pensione, morto suicida la mattina del 31 ottobre scorso nei pressi dell’ex-convento agostiniano di Erfurt (che nel 1505 ha ospitato l’entrata nell’ordine del giovane Martin Lutero), mentre 300 membri della Comunità evangelica di Casteller Ring celebravano il giorno della Festa della Riforma.
Come raccontammo nella precedente corrispondenza (vedi Tempi del 16 novembre scorso), Weisselberg si scavò una fossa, si cosparse di benzina e si diede fuoco gridando: «Gesù e Oskar!» (Oskar Brüsewitz, anch’egli parroco evangelico morto suicida col fuoco, il 18 agosto 1976, per protestare contro la dittatura del regime comunista dell’epoca).
Weisselberg ha lasciato una lettera che ha chiesto non venisse resa nota. E così è stato. In Germania la notizia del suicidio del pastore è passata in sordina. Alcuni rappresentanti delle chiese evangeliche lo hanno liquidato come «caso di depressione acuta». E l’agenzia di stampa cattolica (Kna) ha trasmesso una “breve”, confermando la versione del «tragico caso di debolezza psicologica». Per il vescovo evangelico Axel Noack si sarebbe invece trattato di un gesto di protesta estrema contro l’indifferenza davanti alla diffusione dell’islam in Europa.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Ruth Wieli, la guida della Comunità evangelica di Casteller Ring. La Wieli viveva quotidianamente a contatto con il pastore. Ci dice: «Roland Weisselberg non era né un folle, né uno psicolabile. Certo, da qualche tempo era molto preoccupato dalla sempre più esigente presenza islamica. Non era un accondiscendente davanti ai prepotenti di turno».
Anche per il protestante Klaus-Reiner Latk, direttore dell’Associazione Aiuto alla Chiesa dei Martiri, organizzazione evangelica che dal 1969 denuncia le persecuzioni anticristiane nei paesi comunisti e islamici, il caso Weisselberg non è liquidabile come un caso di depressione. «Immagino che si sia sentito in una situazione personale d’emergenza. Penso alla reazione che potrebbe aver avuto dopo “Il giorno delle moschee aperte”, la manifestazione che si è svolta in tutta la Germania un mese fa. Quando quasi tutti i media hanno presentato l’evento come occasione per far crescere tra i tedeschi il desiderio e l’aspirazione all’unità con l’islam. La questione è stata posta diffusamente alla stregua del problema dell’unità tra i cristiani. Chissà che reazione ha suscitato tutto ciò su Weisselberg. Magari s’è detto: “Ho 73 anni e non ho la forza e il tempo ormai se non per battere un colpo, per lanciare un segnale”. Chissà».
Latk ricorda le analogie con la vicenda di Oskar Brüsewitz. Il cui suicidio venne anch’esso rubricato come caso di «depressione acuta». «Fu terribile per me constatare in quell’occasione che la Chiesa evangelica cercò di trattare il sacrificio di Brüsewitz esattamente secondo i desideri del partito comunista al potere, cioè nasconderlo sotto il tappeto. Il suo atto di accusa doveva essere cancellato, come caso psicopatologico, attraverso la sua denigrazione sulle pagine del quotidiano del Partito, il Neues Deutschland. Il peggio accadde con una frase di Manfred Stolp, allora rappresentante della Chiesa evangelica presso il governo della Ddr: in quel momento, secondo Stolp si doveva esercitare solidarietà “con lo Stato”. Successivamente divenne riconoscibile per tutti che con l’espressione “Chiesa nel socialismo” non s’intendeva “Chiesa in ambiente socialista”, ma che essa fosse parte consenziente della “società socialista”».
E oggi? «Non tradisco certo alcun mistero se dico che la maggioranza di coloro che appartengono all’establishment ecclesiastico odierno sostiene che la Chiesa evangelica debba indirizzare il proprio cammino seguendo lo spirito del tempo».
Nel rapporto con l’islam, la Chiesa evangelica persegue la strategia del dialogo a prescindere da ogni “reciprocità”. Tant’è che tra gli evangelici tedeschi non sono mancate espressioni di protesta contro il suicidio di Roland Weisselberg. Come è possibile? «è possibile – dice Latk – perché i cristiani d’Occidente hanno dimenticato la testimonianza o se ne vergognano. L’essenza del cristianesimo si dà nella testimonianza. Questa debolezza della cristianità è la forza dell’islam».
Vito Punzi Berlino

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