Tutti son bulletti (ma resti fra noi)

Di Berlicche
07 Dicembre 2006

Mio caro Malacoda, uno degli spettacoli più divertenti per me in questi ultimi tempi è lo sconcerto di uomini e donne per la scoperta del male. Si stracciano le vesti, si guardano sgomenti, si interrogano, cercano i responsabili, puntano il dito accusatore a vuoto. piangono. E io rido. Vengono giù dal pero come se vivessero in un altro mondo. Hanno riempito di libri le biblioteche e di slogan le piazze dicendo che «un altro mondo è possibile», tirandosi fuori dalla responsabilità per come è fatto “questo” mondo. E, senza accorgersi della ridicola contraddizione in cui cadono, di fronte al male che mostra la faccia esclamano: «Cose dell’altro mondo!». Quale? Te lo dico io: quello reale, quello nel quale io e te ci diamo da fare quotidianamente, quello che loro amano dimenticare, dal quale preferiscono fuggire. È gente senza memoria, gente che usa la notte per scordare quello che è successo il giorno prima. Gente alla quale abbiamo inculcato così bene il “carpe diem”, che cerca di afferrare tutto e non sa più trattenere niente. Ottimo. Il Nostro Nemico aveva abituato generazioni intere a coricarsi solo dopo un esame di coscienza, noi siamo riusciti a trasformare la coscienza da imputato da esaminare in tribunale ultimo che giudica il mondo. Un rovesciamento delle parti perfettamente riuscito.
E così ci siamo fatti dimenticare, abbiamo convinto il mondo dell’accidentalità del male. Una realtà quotidiana eppure inafferrabile, di cui non si riesce a cogliere l’origine perché ci si rifiuta di cercarla là dov’è. È sempre fonte di soddisfazione per noi vedere come siamo riusciti a usare a nostro favore anche uno come sant’Agostino. Gli uomini moderni amano citarlo per il suo presunto invito all’introspezione, salvo non praticarla in uno dei pochi casi in cui serve veramente guardare dentro di sé: quando si cerca il punto da cui scaturisce quella voglia irrefrenabile di menare qualcuno. Lì sono sempre pronti a dire «se l’è cercata». Poi, quando è proprio evidente che uno non s’è cercato niente, si scandalizzano per la violenza che esplode.
Così adesso scoprono che i ragazzi picchiano i loro coetanei, soprattutto se sono handicappati o più deboli, e si chiedono perché. Loro, che – grazie a noi – sono cresciuti picchiando chi osava pensarla diversamente. Ma non se lo ricordano, e se qualcuno glielo rammenta si giustificano con l’ideologia, come se non fosse un’aggravante (per il Nemico, beninteso, per noi è un vanto). Ricordi? «Picchiare un fascista o un poliziotto non è un reato». Chissà se l’handicappato di Torino era di Forza Nuova. O forse no, di destra erano loro, i picchiatori. Allora tutto tornerebbe. Fine dello scandalo, fine del porsi domande, un bel corteo antifascista, un po’ di bandiere della pace, tutto si ricompone nello schema e domani si ricomincia. Intanto tu vedi di tenere impegnati gli intellettuali con qualche convegno sul bullismo, sulla violenza sulle donne e sull’educazione alla legalità. Fai invitare sociologi, psicanalisti, associazioni di volontariato e un teologo. Sceglilo fra quelli che non hanno mai sentito parlare di peccato originale. Non ti sarà difficile trovarlo. Fammi sapere come continua.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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