Le pensioni che ci rovinano

Di Bottarelli Mauro
14 Dicembre 2006
Per lo Stato sono una spesa altissima, ma nelle tasche degli interessati sono pochi spiccioli. È il sistema Italia. E non funziona più. L'analisi di Giancarlo Rovati

L’ultimo report di Eurostat sulla protezione sociale in Europa metteva il dito nella piaga di un’anomalia italiana. Nel nostro paese – l’abbiamo ampiamente documentato nell’ultimo numero di Tempi – il combinato di spesa per protezioni pensionistiche e sanitarie impegna l’87 per cento di tutte le risorse stanziate. La media dei nostri cugini europei si attesta al 73 per cento. Un quadro a dir poco preoccupante che getta ombre sul futuro dei lavoratori italiani. Che cosa significa tutto ciò e, soprattutto, come se ne esce? Ne abbiamo discusso con Giancarlo Rovati, ordinario di sociologia presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano e presidente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale. «Prima di tutto distinguerei due problemi: da un lato la sostenibilità della spesa per la protezione sociale – e in particolar modo per le pensioni – rispetto alle risorse disponibili e dall’altro l’adeguatezza del sistema e dei servizi erogati. Il rischio è che questi due elementi vadano entrambi a collidere: ovvero possiamo avere una spesa elevata difficilmente sostenibile e al tempo stesso una spesa che appare inadeguata rispetto le esigenze delle “tasche” degli italiani. Nel nostro paese abbiamo oggettivamente una spesa previdenziale elevata ma al tempo stesso l’ammontare medio delle pensioni erogate è basso: abbiamo una larga fetta di pensionati che vivono con circa 500 euro, al di sotto di quella che possiamo definire la soglia di soddisfacimento. Occorre una ridistribuzione della spesa che tenga conto degli indigenti».
«Negli anni il nostro sistema previdenziale ha dovuto provvedere ad anziani che non avevano mai versato contributi – un tempo il lavoro non era regolamentato come oggi – e che quindi vivono di pura assistenza. Ovviamente con il passare del tempo questa voce di spesa tenderà a scendere ma per ottenere un riequilibrio del sistema attorno al 2020 è necessario che sempre più gente vada in pensione più tardi dopo aver versato i contributi dovuti».
Insomma, l’assunto è chiaro nonostante gli altolà della sinistra estrema e dei sindacati: l’età pensionabile va innalzata. Ma quanto può ancora reggere il sistema? «Ovviamente la riforma Dini del 1995 da questo punto di vista ha giocato un ruolo importante. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, ovvero una logica che si basa sull’assunto del “riceverai in base a quanto hai versato”, pone dei problemi non risolvibili nell’immediato dal punto di vista della sostenibilità. Come si può intervenire, quindi? Un metodo potrebbe essere quello della verifica dei mezzi, insomma dei controlli sulla reale situazione dei vari soggetti che portino alla luce eventuali abusi rispetto al sistema previdenziale».

Non smontare ma riformare
«Quando Berlusconi decise l’innalzamento delle pensioni minime a 516 euro calcolava, in base a uno studio, che ci sarebbero stati 1.800.000 beneficiari. Il massimo che fu toccato, invece, fu di 1.600.000. Infatti molti non fecero domanda perché spaventati dalla documentazione che andava presentata e di cui non erano in possesso e altrettanti tentarono la sorte ma la loro richiesta fu respinta. Ovviamente una scelta del genere non può essere definita popolare, è una forma di controllo statale sui cittadini».
«Un altro dato utile per scattare un’istantanea della situazione del welfare in Italia è quello delle forme di integrazione alle pensioni, ovvero denaro ulteriore che viene erogato dallo Stato per integrare la prestazione pensionistica: ne godono 14.085.000 cittadini. L’esborso per lo Stato è ovviamente alto ma l’importo medio di queste integrazioni è di meno di 500 euro al mese. C’è poi la criticità dell’area dei superstiti, ovvero quei cittadini che godono della reversibilità della pensione del coniuge defunto. A questo, per unire confusione a confusione, si unisce la giungla riguardo gli importi di questi trattamenti per le varie categorie di beneficiari: un sordo-muto gode ad esempio di 233,87 euro al mese, un cieco di 252,91 euro mentre l’indennità di accompagnamento per un invalido civile è di 443,84 euro. Partendo da questo presupposto il problema del livello di spesa pubblica rende necessario un lavoro di riforma sulla ridistribuzione. Non si può smontare il welfare, bisogna intervenire in altro modo: ad esempio, molti anziani figurano – e sono – in difficoltà economica pur avendo delle proprietà, magari la casa in cui vivono. In questo caso di potrebbe pensare, ad esempio, a una garanzia sull’immobile per tutelare lo Stato che eroga la pensione».
Comunque sia, la leva non può che essere quella dell’ampliamento della base contributiva e della sua maggior permanenza nel campo attivo, ovvero l’innalzamento dell’età pensionabile e l’emersione del lavoro nero. «Occorre restare più a lungo attivi per pagare più contributi: d’altronde il passaggio dal retributivo al contributivo ha comportato anche una compressione della percentuale di riferimento rispetto alla pensione che si otterrà. Prima si poteva contare sul 70-75 per cento dell’ultimo stipendio, ora sul 52 per cento. Questo rende necessari l’introduzione e lo sviluppo della pensione integrativa ma anche in questo caso c’è un problema: la quota attuale dei versamenti è pari al 37 per cento sul costo del lavoro (ovvero ciò che lavoratore e datore di lavoro pagano come oneri), aggiungiamo l’Irpef e capirà che appare difficile trovare altri fondi per pagare l’integrazione».

Restare attivi più a lungo
«Purtroppo paghiamo le conseguenze di un’impostazione di fondo dello Stato sociale che è diametralmente differente da quella dei paesi del Nord, ad esempio: in quelle nazioni vige una sorta di paternalismo di Stato, una scelta di alta tassazione (in Francia siamo al 52 per cento) che però garantisce un’erogazione di servizi senza costi aggiuntivi. In Italia la tassazione è minore – anche se comunque importante – ma a pesare è l’aggravio rappresentato dai continui costi aggiuntivi che il cittadino si trova a dover affrontare, ad esempio per i servizi sanitari. La questione quindi è anche culturale. All’estero se sei disoccupato e non accetti il lavoro che lo Stato ti offre ti viene immediatamente tolto il sussidio di disoccupazione mentre in Italia vige una sorta di patto non scritto tra Stato e cittadini che a minor copertura garantisce anche minori controlli: insomma, lo Stato garantisce un po’ meno ma mette anche meno il naso nella zone grigie. In Germania se un pensionato decide di trasferirsi all’estero in un paese in cui il costo della vita è meno caro che in patria vedrà decurtata la sua pensione: si immagina una cosa del genere in Italia?». Per una commissione Hartz – l’organismo voluto dall’ex premier tedesco Gerard Schröder che ha riformato il welfare tagliando drasticamente la politica di sussidio, impostazione che in questi giorni ha portato i primi risultati a livello occupazionale – c’è tempo. Purtroppo.

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