I fantasmi del Cremlino
«In epoca sovietica le spie russe lavoravano, chi più chi meno, nell’interesse dello Stato. Ora molte di loro sono implicate in traffici di varia natura. A volte sembrano più uomini d’affari che ufficiali dell’intelligence. (.) Potrebbero non essere sotto il pieno controllo dei loro superiori. E questa è la cosa che mi preoccupa di più. Credo di poter dire che non c’è più una linea di comando precisa negli attuali servizi segreti. Sono fuori controllo, il che è molto pericoloso». A parlare così è Yevgenia Albats, la scienziata politica russa autrice del testo di riferimento sul potere del Kgb (e del suo successore, l’Fsb) in Russia: The State Within a State: The Kgb and its Hold on Russia (non esiste un’edizione italiana). Se una persona seria come la Albats dice queste cose, vuol dire che sarà molto difficile trovare risposta alla domanda che tutti si fanno: Alexander Litvinenko è stato ucciso da agenti russi su ordine di Putin o a sua insaputa? A domande un po’ più periferiche invece è più facile rispondere. Quant’è potente oggi l’Fsb-Kgb? Quanto è efficiente? Anche se il bilancio dei servizi di sicurezza russi resta un segreto di Stato e non tutte le loro operazioni sono, ovviamente, a conoscenza dei media, a queste domande si possono fornire risposte.
Sul potere odierno del Kgb-Fsb la Albats non ha dubbi: «Diversamente dall’epoca sovietica, oggi i servizi segreti hanno tutto il potere. Al Cremlino tutti i principali collaboratori e vice di Putin, che ha diretto l’Fsb, sono ex dipendenti del Kgb. I più grandi monopoli russi, come Gazprom e le ferrovie russe, sono controllati da ex agenti del Kgb. In tutto, circa 6 mila ex agenti o agenti effettivi dell’intelligence fanno parte dell’esecutivo o del legislativo». È un dato di fatto che nei suoi primi quattro anni di vita (aprile 1995 – agosto 1999) l’Fsb ha visto succedersi ben cinque direttori, il quarto dei quali è stato Vladimir Putin. Dopo che costui è diventato prima primo ministro e poi presidente della Russia non ci sono più state alternanze alla testa dell’Fsb: dall’agosto 1999 Nikolai Patrushev occupa ininterrottamente la poltrona più alta sempre riconfermato da Putin, che a febbraio lo ha anche nominato a capo del nuovo Comitato nazionale antiterrorismo, istituito cortocircuitando il primo ministro Mikhail Fradkov.
Il regno dei siloviki
Nel frattempo i siloviki si sono insediati in tutti i gangli del potere politico ed economico russo. La parola viene da “silovik”, che in russo significa “potere”, e da pochi anni viene utilizzata per designare gli ex agenti dell’intelligence e gli agenti in servizio che hanno acquisito posizioni di potere negli anni della presidenza Eltsin e hanno ulteriormente incrementato la loro influenza dopo che Putin è diventato presidente. Sono siloviki il ministro della Difesa Sergei Ivanov, compagno di corso di Putin nell’accademia del Kgb; il vicecapo dell’amministrazione presidenziale Viktor Ivanov, che ha condiviso tutta la carriera di Putin: prima al Kgb, poi al comune di San Pietroburgo, infine all’Fsb; il vicedirettore dell’amministrazione presidenziale Igor Sechin (che fu spia in Mozambico); il capo del direttorato del personale presidenziale Vladimir Osipov; il vicesegretario del Consiglio per la sicurezza Vyacheslav Soltaganov, il presidente dell’Inguscezia Murat Zyazikov, il governatore di Voronezh Vladirmir Kulakov, il governatore di Smolensk Viktor Maslov.
Ai siloviki sono attribuite la caduta in disgrazia di Mikhail Khodorkovsky, il patron della compagnia petrolifera Yukos arrestato insieme all’azionista di riferimento Platon Lebedev e ora imprigionato in Siberia per evasione fiscale, e una serie di processi per spionaggio contro accademici e ambientalisti che hanno sollevato proteste internazionali. I casi più noti sono quelli del ricercatore Igor Sutyagin, condannato a 15 anni di lavori forzati per aver trasmesso all’estero ricerche basate su studi niente affatto segreti, e del fisico Valentin Danilov, la cui assoluzione è stata annullata dalla Corte suprema. Quanto sono efficaci oggi i servizi segreti russi? Non molto, si direbbe, viste le tracce lasciate nel caso Litvinenko (che si tratti o no di servizi deviati).
Quelle strane morti
Incidenti simili non sono senza precedenti. Nel febbraio 2004 i due agenti dell’Fsb autori dell’uccisione in Qatar mediante autobomba dell’ex presidente ceceno Zelimkhan Yandarbiyed, considerato il mandante del tragico sequestro di ostaggi in un teatro di Mosca che aveva causato 129 morti nel 2002, vennero immediatamente scoperti e arrestati, anche se poi vennero restituiti a Mosca. Il 17 novembre 1998, periodo in cui a capo dell’Fsb si trovava Vladimir Putin, otto ufficiali del direttorato per l’analisi delle organizzazioni criminali dell’Fsb, fra i quali il capitano Alexander Litvinenko, si presentarono a una conferenza stampa dell’agenzia Interfax per denunciare che il loro superiore, il generale Eugeni Hoholkhov, e il suo vice avevano loro ordinato di uccidere l’oligarca Boris Berezovsky e Mikhail Trepashkin, un ex agente e avvocato che poi sarebbe diventato famoso. Non successe nulla, se non che tre giorni dopo fu assassinata Galina Starovoitova, la deputata fautrice della proposta di escludere gli agenti dei servizi dalle cariche pubbliche.
L'”incidente” più significativo degli ultimi anni (prima del caso Litvinenko) resta però il fallito attentato di Ryazan del 22 settembre ’99. Al culmine di una serie di attentati attribuiti alla guerriglia cecena in cui venivano fatti esplodere palazzi di zone residenziali, la polizia della città di Ryazan scoprì degli esplosivi trasportati in uno scantinato e li collegò ad agenti dell’Fsb. Due giorni dopo Nokolai Patrushev in persona intervenne per dichiarare che si trattava di un’esercitazione e che l’esplosivo in realtà era costituito da zucchero. Successivamente degli attentati si occupò come avvocato un altro ex agente dell’Fsb, il Mikhail Trepashkin sopra menzionato. Scoprì che gli scantinati di uno dei palazzi esplosi erano stati affittati da un agente dell’Fsb, morto qualche mese dopo in un incidente stradale a Cipro. Non potè riferire al processo, perché venne arrestato per detenzione di armi e ancora oggi è in prigione.
La tesi che gli “attentati ceceni” del settembre ’99, che innescarono la seconda guerra di Cecenia, siano stati compiuti dall’Fsb è stata sostenuta in questi anni dall’allora corrispondente del Financial Times a Mosca David Satter e dai giornalisti francesi Jean-Charles Deniau e Charles Gazelle, e in un libro finanziato dall’oligarca filoceceno Berezovsky intitolato Blowing up Russia: Terror from Within. Autore: Alexander Litvinenko.
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