Baker, la svolta che piace ai partiti
Dopo la pubblicazione del rapporto sull’Iraq della Commissione Baker il presidente G. W. Bush si sente solo come mai gli era successo fino ad oggi. Il rapporto consiglia di iniziare il ritiro delle truppe americane pur senza fissare una data finale, di utilizzarle per l’addestramento delle forze di sicurezza irachene piuttosto che in combattimento e di coinvolgere Siria e Iran nel negoziato per porre fine alle violenze settarie in Iraq. Coinvolgere Siria ed Iran in un’azione di pacificazione interna dell’Iraq equivale a invitare due piromani ad aiutare i vigili del fuoco che cercano di spegnere un incendio. Una Canossa americana nei loro confronti restituirebbe legittimità a due regimi che negli ultimi anni hanno accumulato exploit come l’assassinio dei leader politici di un paese vicino (il Libano), reiterate minacce di distruzione di un altro (Israele), rifiuti alle richieste di tutta la comunità internazionale di interrompere la corsa al nucleare (l’Iran) e il sabotaggio di qualunque tentativo di intesa fra israeliani e palestinesi.
Insensate dal punto di vista della sagacia strategica, le raccomandazioni della commissione bipartisan mostrano senso quando le si esamina dal punto di vista degli interessi partitici: all’indomani della sconfitta alle elezioni del Congresso, i repubblicani hanno interesse a smarcare la propria posizione da quella di un presidente che non ha saputo vincere l’azzardata guerra che ha dichiarato e che da tempo registra tassi di gradimento non superiori a un terzo dell’elettorato; fiduciosi di riconquistare la presidenza nel 2008, i democratici si preoccupano di non ritrovarsi la pesante eredità di una sanguinosa missione militare in corso da proseguire con prospettive sempre più incerte o da concludere sotto forma di disonorevole insuccesso: spingono dunque perché Bush tolga loro le castagne dal fuoco. Il presidente, però, non ci sta a passare alla storia come l’uomo che ha sacrificato inutilmente la vita di migliaia di americani e, direttamente o indirettamente, di decine di migliaia di arabi, per poi dover ammettere un tragico errore.
E insisterà nella sua strategia: sostegno politico e militare al governo costituzionale dell’Iraq fino alla sconfitta degli insorti sunniti e dei terroristi di Al Qaeda.
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