Sequestri e intimidazioni, cristiani in fuga dall’Iraq

Di Eid Camille
14 Dicembre 2006

Si chiama Sami Abdul-Ahad al Rayyis ed è rettore del seminario caldeo maggiore, sito nel quartiere di Dora, a Baghdad. Lo hanno sequestrato la mattina del 4 dicembre, a pochi passi dalla chiesa di San Giorgio. «Ora ci attendiamo la richiesta di un riscatto», dice sconsolato il vescovo ausiliare della capitale irachena, Shlemon Warduni. Padre Sami avrebbe dovuto presenziare due giorni dopo all’inaugurazione dell’anno accademico del Pontifical Babel College for Philosophy and Theology, l’unica facoltà teologica cristiana in Iraq.
Il rapimento di padre Sami arriva ad appena una settimana dal rilascio, dopo nove giorni di sequestro, di padre Douglas al Bazi, parroco caldeo di Sant’Elia. Sale così a cinque il numero di sacerdoti sequestrati a partire dal luglio 2006. Quello di padre Paul Iskandar, avvenuto a Mosul lo scorso ottobre, si era concluso con la sua barbara uccisione. Questi eventi coincidono con la denuncia della Chiesa irachena secondo cui sarebbero fuggiti all’estero 100 mila cristiani negli ultimi tre anni. In Siria il 44 per cento delle richieste di asilo presentate all’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) provengono da iracheni cristiani allorché costoro rappresentano solo il 3 per cento della popolazione irachena. In molte chiese i parroci hanno ridotto il numero delle celebrazioni domenicali. Padre Khoshapa, responsabile della parrocchia della Vergine Maria a Mosul, dichiara di rilasciare ogni settimana una cinquantina di certificati di battesimo necessari per confermare l’appartenenza religiosa all’estero. Moltiplicati per il numero delle parrocchie non si può non accorgersi della gravità di un’emorragia che rende ancor più precario il destino di chi decide di rimanere.

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