Per Rondoni e Berardinelli la vita dell’uomo è piena di rime

Di Tempi
14 Dicembre 2006

«Le parole sono uno strumento per mettere a fuoco la vita» esordisce Davide Rondoni, poeta, saggista, critico, teatrante, appassionato della vita in tutte le sue pieghe «e la poesia è un modo di usare le parole per andare verso ciò che della vita ci sfugge. Quando la realtà ci colpisce, le parole si accendono nel tentativo di penetrarne il segreto. Ed è un’esperienza di tutti, non del “poeta”. Ci capita, ad esempio, di dare dei soprannomi a persone care (l’amata, i figli). Li soprannominiamo per mettere a fuoco la tenerezza, il timore, l’allegria o la passione che la loro presenza ci fa accadere. Non ci bastano i nomi d’anagrafe. O pensiamo al lutto, ai giri di parole per addomesticare in qualche modo il vuoto enigmatico, indicibile che si è spalancato. Ora, un’iniziativa come quella della Piazza dei mestieri, che mira a facilitare una presa di coscienza di questo valore della parola, è una grande opera di educazione della ragione e del cuore. Perché il problema è sempre imparare a guardare la realtà; e la poesia non è semplicemente espressione di sé, ma espressione di sé in quanto colpiti dalla realtà: è l’impatto con le cose che mette in moto il nostro io e il desiderio di dare voce al movimento che è nato». «È diffuso un luogo comune quello secondo cui la poesia sarebbe riservata agli addetti ai lavori e la maggioranza delle persone non può capirne niente. Non è vero» gli fa eco Alfonso Berardinelli, critico letterario e non solo, da trent’anni impegnato in svariate battaglie contro tutte le culture paludate. «Nel cervello di ognuno di noi continua a ribollire una quantità di versi. Abbiamo in testa centinaia di canzonette, dai vecchi classici napoletani al rock, al reggae e agli ultimi successi delle hit parade. Tutte queste cose sono in versi. Versi che conosciamo benissimo, senza fatica, senza pensare che sono versi. Senza bisogno di commenti e di note. Senza lezioni e seminari. Soprattutto senza imposizioni. Il problema è dimenticare quello che ci hanno fatto credere, strappare la poesia dal tavolo anatomico su cui l’hanno costretta i critici, buttare alle ortiche le griglie di analisi a cui la riduce la scuola, e ricominciare a sentire il ritmo dei versi, la musica delle parole più comuni, il piacere delle parole più precise, collocate nel punto più giusto o più imprevisto…».

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