La perla di Antiochia

Antiochia (Turchia)

Leyla schiaccia la quarta sigaretta nel posacenere, la fessura degli occhi sempre più sottile, la capigliatura trascurata. Nemmeno la quiete del bel giardino di pompelmi nel cortile di San Pietro e Paolo, la chiesa cattolica di Antiochia, le dà pace, perché si è riaperta la ferita. «Sì, sono una “vedova bianca”, sono una delle tante donne turche abbandonate dal marito che è andato a lavorare all’estero. È partito per il Bahrein dopo alcuni anni che eravamo sposati, tornava a casa due-tre volte l’anno. Si è fatto un’altra famiglia là, hanno dei figli. La mia vita è piena di umiliazioni: da sola non riesco a dare ai miei due figli quello che le altre famiglie danno ai loro; la gente sparla di me e si approfitta di me perché non c’è un uomo a proteggermi; io devo essere l’uomo e la donna della casa, e questa è la fatica più grossa. Vorrei divorziare, ma non posso: non saprei come mantenere me stessa e i miei due figli; lui non mi dà più nulla, ma i suoceri mi aiutano a tirare avanti. E poi qui in provincia una donna ci pensa molto prima di divorziare, perché anche se la legge glielo consente, la sua decisione non sarà ben vista dalla società. E perché comunque non troverà nessuno che la vorrà risposare».
Entra padre Domenico, il cappuccino parroco di Antiochia; Leyla si alza, gli prende le mani e gliele bacia tre volte, lo chiama “padre mio”. Quando si risiede il sorriso è un po’ meno nervoso: «Da due anni e mezzo la mia vita è migliore. Da quando faccio parte della cooperativa con le altre donne che vivono la mia stessa situazione non devo più elemosinare l’aiuto di nessuno. Produciamo foulard, marmellate, lavori all’uncinetto, sapone e poi ci dividiamo i proventi della vendita. La cosa più bella è che qui siamo tutte sorelle, donne musulmane come me e donne cristiane. Mio figlio Murad, 12 anni, viene qui a giocare e anche lui ha ritrovato un padre: “Anch’io sono figlio di padre Domenico”, mi ha detto».
Tre anni fa Mariagrazia Zambon, laica consacrata che da cinque anni coadiuva padre Domenico, ha dato vita all’Angolo della speranza, uno spazio di compagnia e di aiuto reciproco fra donne abbandonate. Leyla è stata fra le prime ad impegnarsi. È stata lei a portare lì Thushari, una cristiana srilankese anche lei abbandonata dal marito, un turco musulmano. Spesso la ospita in casa sua e mette a sua disposizione la tv satellitare, perché si senta meno sola guardando i canali srilankesi. Nella sua povertà, Leyla ha assistito fino all’ultimo Mariam, un’anziana vedova cristiana sua vicina completamente abbandonata a se stessa, essendo l’unico figlio di lei un alcolista perso. Quando Mariam è morta, Leyla è andata al suo funerale, e quella è stata la prima volta che ha messo piede in una chiesa. Adesso dedica attenzioni al figlio alcolista, uomo disprezzato da tutti.
La donna venuta dall’islam
Benedetta-Betül, 44 anni, ha ricevuto il battesimo tre anni fa. Nubile, orfana dei genitori, i parenti non l’hanno presa molto bene. I più moderati le hanno tolto il saluto, i più esagitati non hanno mancato di prenderla a sputi. In questi giorni Betül si sta occupando, su richiesta di padre Domenico, delle formalità burocratiche attinenti la fondazione dei cattolici di Antiochia che, in base a una nuova legge, potrà fare richiesta per la restituzione di una proprietà ecclesiastica che era stata espropriata. «All’inizio gli ufficiali governativi mi apostrofavano: “Chi te lo fa fare? Perché aiuti i cristiani?”. Non ho reagito, ho solo spiegato che in Turchia chi è maggiorenne ha il diritto di scegliersi la religione che vuole. Quando hanno visto che non mi scoraggiavo, hanno cominciato a rispettarmi. L’errore di noi cristiani, spesso, è il vittimismo».
«Nel quartiere sunnita dove sono andata a vivere è successo più o meno lo stesso. All’inizio la gente mi evitava. Io salutavo sempre per prima, e quando una vicina si ammalava mi rendevo utile: mi offrivo per fare le punture, facevo il bucato al suo posto. Allora hanno cominciato a chiedermi: “Ma tu cosa vuoi in cambio da noi?”. Perché qui da noi la gratuità è qualcosa di inaudito. Allora io rispondevo: “Pregate per me”. E questo li ha completamente sconvolti. Adesso le mie vicine musulmane vengono a bussare alla mia porta e mi fanno le confidenze sulle loro difficoltà familiari».
Quando è stata battezzata, Betül ha voluto prendere il nome di Benedetta in onore di Benedetta Bianchi Porro, la giovane romagnola, morta a 28 anni dopo una lunga malattia, la cui testimonianza cristiana attraverso gli scritti tradotti in decine di lingue ha fatto il giro del mondo. «Mi ha colpito la sua disponibilità alla chiamata nel sacrificio. Io ho cominciato il mio cammino spirituale come tanti musulmani turchi: andando ad accendere di nascosto candele nella chiesa di Sant’Antonio a Istanbul. Chiedendo la grazia di poter incontrare Cristo di persona. Che invidia, quando sento di qualcuno che lo ha sognato. Sì, lo so, Lui è fra noi, noi siamo il suo volto, ma ti prego: non biasimarmi per il mio sentimento di invidia».

Semma, arrivata grazie a un sogno
Semma è una vecchina di 80 anni delle colline oltre l’Oronte. La pelle bianchissima e rugosa, tutta vestita di nero; ma quando durante la Messa mi abbraccia al momento del segno della pace lo sguardo è febbrile. Mi stringe come se mi aspettasse da sempre. Fino a un anno fa Semma era una musulmana alevita. Gli aleviti sono una corrente sciita che ha pratiche religiose molto eclettiche. Un giorno una vicina di ritorno da un viaggio in Grecia le regala un santino con l’immagine di Gesù. Gli aleviti non disdegnano le immagini sacre come i sunniti, e Semma accoglie il dono con gratitudine. Contempla l’immagine ogni giorno tenendola fra le mani, e si sente guardata da quel Cristo riprodotto secondo i canoni delle icone. L’attrazione per quell’immagine diventa più forte giorno dopo giorno, le dita consumano la carta e i colori, finché Semma si convince che Gesù non può essere solo un profeta, ma deve avere in sé una natura divina. E così una notte sogna l’uomo dell’icona che si rivolge a lei e le mostra un luogo: «Semma, se mi vuoi incontrare di persona devi venire nella mia casa». Alla donna resta in mente un portone. La mattina dopo insiste per essere condotta in città. Un parente la trasporta ad Antiochia. Padre Domenico se la ritrova davanti nel cortile di San Pietro e Paolo. Parla accalorata in arabo, la sua lingua madre. L’accompagnatore traduce in turco: «Questa è la casa che Gesù mi ha indicato in sogno, lui abita qui!». La seguiranno nella conversione le figlie e le nipoti. Non il marito, che però accetta di trasferire la residenza della famiglia dal villaggio alla città. Perché Semma possa recarsi tutti i giorni nella casa di Gesù e partecipare alla Messa quotidiana. Adesso capisco i suoi occhi fiammeggianti e tremo: quando ha abbracciato me, stava abbracciando Gesù in persona.

«Qui ritrovo la mia anima»
Alahattin Surmeli è un personaggio da cartolina. Pizzetto bianco, basco blu, fisico esile, è esattamente l’incarnazione del pittore in cui ti aspetteresti di imbatterti in riva alla Senna. Il fatto è che Alahattin, classe 1944, pittore che non ha avuto la possibilità di frequentare nessuna scuola d’arte, è un musulmano sunnita di Antiochia che ha dipinto tutti i santi che campeggiano sulle pareti interne delle chiese dei cappuccini in tutta l’Anatolia. E per dirla tutta, è solo grazie ai cappuccini che ha potuto trasformare la sua passione in professione. «Mia nonna», racconta «negli anni Trenta lavorava nel consolato italiano di Iskenderun, e di là ci aveva portato dei libri d’arte della grande pittura italiana. Avevo appena 4 anni e già ero innamorato dei grandi ritratti a soggetto religioso. Quando sono andato a scuola, non sapevo ancora scrivere ma sapevo già fare ritratti a china. Non ho potuto frequentare nessuna scuola d’arte, perché la mia famiglia non era in grado di mantenermi agli studi. Ho lavorato presso l’attività commerciale di un mio fratello maggiore a Smirne. Sono tornato ad Antiochia nel 1970 e volevo fare il pittore, ma non c’era mercato: mi sono ridotto a fare il grafico pubblicitario. Poi un giorno è venuto da me padre Roberto, il predecessore di padre Domenico, che ha restaurato la chiesa cattolica. Gli avevano parlato di me. Dopo Antiochia mi hanno chiamato i cappuccini di Mersin, Adana, Iskenderun, Istanbul».
I confratelli sunniti di Shalak non vedono di buon occhio la sua attività di pittore e addirittura di decoratore di chiese cristiane. «Sì, c’è gente che mi rimprovera per la mia passione, che dice che sono blasfemo. Ma io non sostituisco le immagini a Dio; io rendo onore a Dio riproducendo l’immagine delle sue creature che sono segno di Lui. Questa passione è stato Dio a darmela, se me ne stessi in un angolo con le mani legate non farei quello per cui Dio mi ha creato». «Un giorno nel mio laboratorio è entrato un ufficiale giudiziario che arrivava da Ankara. Ha visto i pannelli su cui stavo dipingendo san Paolo e san Luca. Mi ha detto: “Cosa stai facendo? Non ti dispiace di perdere così la tua anima?”. Gli ho risposto: “No, non sto perdendo la mia anima: la sto ritrovando”».

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