«Io, perseguitato dai Servizi»

Di Nouri Michelle
21 Dicembre 2006
I legami col movimento che rivendicò l'uccisione di Sadat, la madrassa di via Ventura, l'elogio dei salafiti. L'imam della moschea di viale Jenner si difende

Abu Imad, al secolo Al Husseini Ali Erman, è l’imam egiziano della moschea milanese di viale Jenner. In questi giorni sta affrontando davanti alla prima Corte d’Assise del Tribunale di Milano il processo che lo vede imputato, insieme ad altri 14 islamici, con l’accusa di associazione per delinquere con l’aggravante del terrorismo.
È vero che in gioventù lei è stato membro di Gama’a Islamiya, il gruppo che rivendicò l’assassinio di El Sadat e poi quello dei turisti a Luxor? Cosa ha da dire sulla sua vicinanza a quel gruppo?
Il regime egiziano mi classifica come membro e militante di Gama’a Islamiya. Ho avuto rapporti d’amicizia e scambi di idee con alcuni loro capi durante il periodo universitario. Su alcune idee eravamo d’accordo, su altre no. Ma questo non significa essere membro di Gama’a. Il fatto di essere classificato come tale comunque per me non rappresenta un problema, perché si tratta di un gruppo che invita a conoscere l’islam e i precetti islamici e opera alla luce del sole. Ci sono state azioni commesse da alcuni militanti, ma ciò non significa che vada crimininalizzato tutto il gruppo. Non si può negare che ci fu un periodo di scontro armato fra il regime egiziano e una parte del gruppo, ma questo periodo è finito nel 1997, quando c’è stata una conciliazione completa fra il regime e Gama’a e sono stati scarcerati tutti i capi storici del gruppo.
Esiste un video in cui lei presenta al pubblico di una conferenza a Modena, nell’anno 2000, l’imam marocchino Mohamed Al Fizazi, che poi è stato condannato a 30 anni di prigione per le stragi di Casablanca. Non crede di aver sbagliato nel presentare un imam i cui sermoni ad Amburgo erano frequentati da Mohamed Atta, il capo degli attentatori delle Twin Towers?
In quel periodo non sapevo nulla di tutte queste cose, ma anche se le avessi sapute non vedo nulla di male nella libertà di espressione per al Fizazi, anche se non condividevo il suo pensiero e non lo condivido. Non c’era niente di male nell’invitarlo, perché in quel momento non c’era nessuna pendenza giudiziaria nei suoi confronti. Quando durante la conferenza ha detto qualcosa che consideravamo fuori luogo e sbagliato, abbiamo risposto immediatamente. E comunque non è assolutamente giusto che se qualcuno come Mohamed Atta o come altre persone che sbagliano frequentano o ascoltano quello che dice Fizazi, quest’ultimo è responsabile dei loro atti. Chi fa conferenze o conduce la preghiera del venerdì viene ascoltato da migliaia di persone; non è giusto che se dieci persone che frequentano questi ambienti commettono degli errori, chi in essi predica debba essere considerato responsabile.
Lei è considerato un salafita, cioè uno che invita i musulmani residenti in Europa a vivere separati dai non musulmani. Non crede che questo non sia un bene né per i musulmani, né per gli altri europei?
Questa è un’idea sbagliata della salafiyya, frutto di ignoranza. Essere salafita non significa assolutamente isolarsi dalla società. Noi abbiamo incitato i musulmani a integrarsi e ad agire nella società nella quale si trovano, a impregnarla delle cose positive che portiamo. Abbiamo sempre invitato gli islamici ad essere membri attivi nella società mantenendo sempre le nostre abitudini e le nostre tradizioni. Se alcuni gruppi religiosi si isolano dalla società non è colpa della religione, ma della società che a volte non tratta queste persone in modo giusto e umano rispettando i loro princìpi.
Voi salafiti siete riusciti a far introdurre nella legislazione egiziana la sharia. Pensate di poter ottenere la stessa cosa in Europa?
Ogni paese decide con quali leggi vuole essere governato in base al principio di maggioranza. Quando i musulmani vengono in Europa già sanno che si tratta di paesi prevalentemente a maggioranza cristiana, e non islamica. Perciò non hanno mai in mente di introdurre la legge islamica come fonte di riferimento. Quando vengono qui, sperano soltanto di avere un clima di maggior libertà: libertà di esprimersi e di sentirsi parte integrante della società. I musulmani in Italia non pretendono nulla, se non che l’i-slam sia riconosciuto come una religione, perché in Italia non è nemmeno riconosciuto come tale: questo è il massimo a cui aspiriamo, nient’altro. Gli immigrati musulmani che vivono qui sono in continua relazione di scambio con gli italiani. Una parte influisce sull’altra e sarà il futuro a decidere come sarà la maggioranza. Può darsi che gli italiani accettino l’islam come parte integrante della società, oppure che gli immigrati si integrino completamente abbandonando il loro bagaglio culturale. Può anche darsi che ognuno rimarrà sulle sue posizioni, mantenendo i propri princìpi e le proprie tradizioni. Sarà il futuro a decidere.
Cosa pensa della scuola islamica di via Ventura? Potrà essere la scuola salafita che avevate immaginato? Resterà nel solco della scuola di via Quaranta, di cui lei era un ispiratore?
Non capisco cosa avete contro il termine “salafita”. Non è una parola spaventosa. Sin dall’inizio la scuola di via Quaranta è nata come una scuola araba, con i relativi parametri e precetti, in base al diritto garantito per legge alle famiglie a insegnare ai loro figli quello che desiderano e dove piace a loro. All’origine è nata come una scuola che insegnava il programma statale egiziano, poi è stato integrato il programma statale italiano. I ragazzi seguivano due programmi. Le autorità italiane non hanno mostrato nessuna disponibilità a collaborare, a fornire un insegnamento ai nostri figli che soddisfacesse le nostre richieste. Perciò non è mai stata né una scuola coranica né una scuola salafita.
La giustizia italiana si è occupata spesso di lei, accusandola di estorsione ai danni delle macellerie islamiche, di associazione a delinquere e di aver partecipato all’organizzazione dell’invio di combattenti in Medio Oriente che poi hanno compiuto atti terroristici. Lei ha fiducia nella giustizia italiana?
Ho fiducia nella giustizia perché i giudici sono persone sopra le parti. In realtà la giustizia italiana non mi sta accusando di niente, l’origine dei miei problemi sono i servizi di sicurezza. Hanno inventato questa storia, che era iniziata molto prima del mio arrivo in Italia. Appoggiano le tesi di persone che mi accusano falsamente, cercano questi soggetti per sviluppare le loro tesi contro di me. Questo processo per estorsione è stato istruito due volte dal tribunale ma non c’erano elementi per procedere: la giustizia italiana ha respinto le accuse di estorsione per due volte. Dopo gli avvenimenti dell’11 settembre la Digos ha voluto riaprire il caso, sfruttando la situazione mediatica favorevole alla persecuzione dei musulmani. Il processo sta andando avanti, ma il Pubblico Ministero nelle sue ultime dichiarazioni ha chiarito che non ci sono elementi che dimostrano la presenza del concetto di estorsione. È diventato un processo contro le opinioni, perché i fatti non sussistono. Penso di essere stato preso di mira per ragioni mediatiche, perché simbolo e rappresentante dei musulmani.

michelle.nouri@infinito.it

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