Il carrozzone

Di Persico Roberto
11 Gennaio 2007
Viaggio fra i maestri dell'arte di garantirsi la continuità al potere. Dove ciò che lo spoils system comincia, la dittatura della burocrazia finisce

Gaetano Salvemini, di ritorno dall’esilio americano, lo disse senza mezzi termini: «Questa è la scuola mussoliniana, solo senza Mussolini». La Repubblica ha cambiato i contenuti dei libri di testo, non la struttura del ministero della Pubblica Istruzione. Chi non ci credesse, ascolti questa: gli Istituti regionali per la Ricerca educativa, di cui la Finanziaria ha chiuso i battenti, altro non erano che l’estrema evoluzione dei Centri didattici creati dal ministro Bottai nell’ormai remoto 1940: i ministri, i governi, perfino i regimi passano; le istituzioni restano. Non che l’abolizione degli Irre segni un’inversione di tendenza. Tutt’altro: sono confluiti nell'”Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica”, un ente nuovo di zecca che centralizza quel poco che era rimasto sparso in periferia. Perché tutta la politica del ministro Fioroni ha un solo, chiarissimo indirizzo: eliminare le sparse tracce rimaste di autonomia e federalismo e riportare tutto sotto lo stretto controllo di Roma. E i funzionari esultano.
Ma andiamo con ordine. Fin dalla nascita del Regno d’Italia, nel 1861, la scuola – rigorosamente statale – è stata concepita come lo strumento per “fare gli italiani”. E la sua organizzazione era funzionale a questo scopo: un ministro al centro, che detta cosa è vero e buono per tutti, uno stuolo di funzionari – i Regi Provveditori agli studi – che vegliano perché in ciascuna provincia le direttive centrali vengano applicate. Questo modello ha attraversato intatto sistemi e regimi, dallo stato liberale a quello fascista, dalla monarchia alla repubblica. Perfino il tentativo di Giovanni Gentile, il potentissimo ministro dell’educazione che tra il 1923 e il ’24 ridisegnò gli ordinamenti della scuola italiana, che provò a sostituire i Provveditorati con uffici regionali, fu cancellato dopo che Gentile ebbe lasciato il ministero.
Su questo scenario secolare cala la cosiddetta “legge Bassanini” del 1997 (da Franco Bassanini, ex socialista, mente e anima dell’operazione), che riforma l’intero apparato della pubblica amministrazione e introduce nel sistema di istruzione un termine potenzialmente rivoluzionario: “autonomia”. Ciascun istituto viene dotato della personalità giuridica e della capacità di compiere scelte appunto “autonome” in una quantità di campi, dall’articolazione degli orari alla possibilità di acquistare servizi (un solo esempio: ci sono scuole che affidano a enti esterni il recupero degli studenti, spesso con risultati eccellenti). Da allora, a partire dall’istituzione (novembre 1997) di “nuclei di supporto tecnico-amministrativo all’autonomia” – uno per ciascun Provveditorato, cinquecento insegnanti sottratti al lavoro in classe e pagati per diventare una nuova burocrazia che dagli uffici del Provveditore guidi le scuole alla prudente, graduale, politicamente corretta conquista di quell’autonomia che non possono certo gestire da sole – la scuola italiana è campo di una gattopardesca battaglia perché tutto cambi rimanendo uguale.

La palla di nuovo al centro
Grottesca, anche, perché i due contendenti hanno sovente lo stesso obiettivo: l’amministrazione non vuol cedere potere, ma le scuole – o le Regioni, ci torneremo – non sembrano assolutamente ansiose di prenderselo: molto più comodo continuare a eseguire direttive e scaricare ogni critica su un apparato anonimo. Né lo scenario è cambiato col governo di centrodestra: che anziché spingere fino in fondo sul pedale dell’autonomia, secondo una concezione autenticamente liberale, si è illuso di poter imporre la propria concezione da Roma. E sostanzialmente con gli uomini ereditati dal vecchio regime. Con i risultati che tutti conoscono.
Ora Fioroni ha deciso che la ricreazione è finita. Si torna al più rigido centralismo. Prima mossa: la separazione dei due ministeri, Istruzione e Università e ricerca, accorpati dal decreto Bassanini per esigenze di economia, ma anche per favorire un contatto organico tra la scuola e il principale destinatario del suo lavoro. La decisione di tornare a due ministeri separati – caso unico in Europa – conferma invece che la scuola è un sistema autoreferenziale: non ha niente da spartire con nessuno. Ed è un’occasione per moltiplicare posti e uffici per gli amici degli amici, superando perfino i limiti imposti dallo spoils system. Infatti a viale Trastevere la parola che circola è “epurazione”: i più compromessi con l’antico governo se ne sono già andati, gli altri tengono profili bassi, sperando di schivare la bufera; mentre quelli che hanno servito la Moratti ostacolandola stanno raccogliendo i frutti della propria sotterranea fedeltà. Perché a differenza dei ministri democristiani, che alla fine lasciavano fare alla burocrazia, la sinistra sa che un’amministrazione fedele è la chiave del potere. E agisce di conseguenza.
In attesa del nuovo assetto definitivo, infatti, un po’ di poltrone hanno già cambiato occupante. È andato in pensione uno dei massimi vertici della macchina, il Capo dipartimento Pasquale Capo, considerato in quota An (ma, dicono i bene informati, tutti costoro hanno sempre in tasca almeno due o tre tessere – e Capo continua a frequentare i corridoi di viale Trastevere in veste di consulente). Al suo posto arriva Giuseppe Cosentino, origine Cgil, oggi di area Ulivo, esempio tipico del funzionario che non spiacendo a nessun ministro arriva al vertice della scala gerarchica («ma almeno lui è competente», dice una voce romana che ovviamente chiede di restare anonima). Cosentino lascia scoperta la direzione del personale, dove si registra un significativo ritorno: Giuseppe Fiori. Ds, un esordio come commissario di polizia, poi una lunga carriera nella pubblica amministrazione.

Ricompare il mago degli organici
Ebbe il suo momento di gloria negli anni di Berlinguer, allorché inventò l'”organico funzionale”: a parole, un sistema per rendere più flessibile il rigido meccanismo di reclutamento degli insegnanti; nei fatti, un metodo per gonfiare il numero degli assunti in anni di calo demografico. «È soprattutto merito suo» commenta la voce romana «se dal 1980 a oggi la scuola italiana ha visto, a fronte di un calo del 26 per cento degli studenti, un aumento degli insegnanti del 5 per cento. Non per nulla lo hanno definito “il mago degli organici”. Oggi il nuovo governo ha promesso di assumere 150 mila precari mentre taglia 50 mila cattedre: conta che Fiori sappia ripetere il “miracolo”».
Altro arrivo di peso il nuovo capo del Dipartimento per la programmazione, Emanuele Barbieri, una carriera esemplare al servizio del Partito: prima segretario della Cgil scuola, poi direttore regionale in Emilia-Romagna, rimosso dall’incarico dal ministro Moratti, recuperato come consulente dall’assessore regionale (oggi viceministro) Bastico, è approdato direttamente in una posizione strategica, dato che il suo dipartimento ha una competenza vastissima, dalla “politica finanziaria” alla “definizione degli indirizzi generali in materia di gestione delle risorse umane”. «È il commissario politico – sussurra la solita voce – dovrà vegliare sulla nuova nomenklatura». Già, perché l’altra mossa fondamentale di Fioroni è il nuovo rafforzamento dell’apparato. In tre atti. Primo: moltiplicazione dei direttori generali, che passano da sette a trenta: un piccolo esercito di burocrati chiamati a vegliare sul “rispetto delle procedure”. Tutti provenienti dal mondo del diritto, non da quello della scuola (il solito amico ci fa notare che ormai nell’apparato la competenza specifica è quasi scomparsa: dai mille ispettori del 1990 – tutti ex presidi o direttori – si è scesi alla metà, di cui meno di 200 ancora attivi. Ad alto livello, l’unico dirigente che viene dalla gavetta è Mario Dutto, tornato a Roma dopo aver dato buona prova di sé a Milano – le malelingue fanno notare che è anche l’unico di origine settentrionale e che parla un po’ di inglese).
Secondo: la restaurazione dei Provveditorati. Bassanini li aveva relegati a centri amministrativi, alle dipendenze degli Uffici scolastici regionali, anche in vista della regionalizzazione del sistema prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Ma le Regioni hanno nicchiato: chi ha voglia di farsi carico della scuola con tutti i suoi guai? Alcune non si presentano neppure alle riunioni; ma anche le più intraprendenti – Lombardia, Toscana, Emilia – sono ancora a mezza via. E Roma ne ha approfittato: via gli Uffici regionali, il potere torna ai Provveditorati (ribattezzati per l’occasione “Uffici scolastici provinciali”). E alla nomina dei nuovi dirigenti locali sovrintenderà il solerte Barbieri.

Regioni garibaldine cercasi
Terzo: l'”Agenzia per lo sviluppo dell’autonomia scolastica” di cui si è detto in apertura, capolavoro dell’orwellismo militante che caratterizza l’operato di questo governo. Che cosa afferma infatti il ministero, per bocca del citato Barbieri? «È necessario ripartire dall’autonomia scolastica». Che cosa si fa per ripartire dall’autonomia scolastica? Ovvio, una bella “Agenzia nazionale” che «allo scopo di sostenere l’autonomia» centralizza tutto ciò che ha a che fare con la riflessione pedagogica e l’innovazione didattica. Per evitare «lo smantellamento del carattere unitario della Repubblica» naturalmente, e per «garantire, su tutto il territorio nazionale, l’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza». E pensare che il compagno di partito di Barbieri, Vasco Errani, aveva fatto inserire sotto dettatura nel Decreto legislativo sul secondo ciclo della riforma Moratti «il trasferimento alle Regioni dei beni e delle risorse necessarie» per realizzare i compiti conferiti dalla devolution.
Ma adesso a Roma comandano loro. Bassanini, di fronte all’affossamento del suo tentativo di spezzare il monolite, durante un seminario organizzato dall’associazione Treellle è sbottato: «L’unica possibile riforma del ministero dell’Istruzione è una bomba atomica». A meno che – aggiungiamo noi – qualche Regione garibaldina non cominci a esercitare fino in fondo le proprie competenze.

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