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Di Giuli Antonella
11 Gennaio 2007
Un automassacro che porta ad annientare, chilo dopo chilo, l'armonia, le curve in nome di un totale controllo di sé. Fosse anche fino alla morte. È la piaga dell'anoressia

Uno dei principali dizionari di lingua italiana la liquida più o meno così: «Mancanza patologica di appetito, conseguenza di un disturbo psichico». Eppure, dietro a ciò che ormai viene considerato un flagello tra le adolescenti, si nasconde forse qualcosa di più profondo e sotterraneo che non un semplice malessere mentale. Un di-sagio che nel gioco ferreo e costante all’auto-massacro porta ad annientare, chilo dopo chilo, il peso, l’armonia e le curve del proprio corpo in nome di un totale controllo di sé. Fosse anche fino alla morte.
Sarà che poco tempo fa due giovani modelle hanno perso la vita di fronte allo stupore di mezzo mondo. Sarà che secondo l’ultimo rapporto Eurispes sono circa due milioni gli italiani (tra i 12 e i 25 anni) a soffrire di disturbi del comportamento alimentare. Fatto sta che di anoressia, oggi, si parla quasi tutti i giorni. Mentre la società si interroga e cerca di informarsi su un fenomeno complesso, i politici, dal ministro Giovanna Melandri all’onorevole Stefania Prestigiacomo, si battono a suon di codici d’autoregolamentazione, chiamando in causa stilisti, modelle e operatori della comunicazione. Finisce che i più preoccupati, i genitori, sono gli ultimi ad accorgersi del dimagrimento dei figli. Anzi, delle figlie, visto che la malattia colpisce soprattutto le ragazze.
A sentire il Moige (Movimento italiano dei genitori), e con questo un nutrito gruppo di esperti, l’origine è da individuare nei rapporti affettivi tra le mura domestiche. Eppure a farsi un giro tra spot e cartelloni pubblicitari, a dare un’occhiata ai nuovi trend di bellezza da vetrina, c’è forse da pensare che l’anoressia non sia solo il frutto di castrazioni familiari, ma anche il risultato di un bisogno indotto da una cultura desiderante e sconsacrata. Una distorsione mentale che scaturisce dalla percezione di una bellezza che cessa di essere materna, curvilinea. E che a poco a poco si fa strada nella mente di una femminilità percepita come un’opera d’arte deperibile.
«L’origine del disturbo può essere legata a entrambe le cose», spiega la dottoressa Federica Mormando, psichiatra e psicoterapeuta a Milano. «Sicuramente una società fondata sull’estetica, e il desiderio di sentirsi parte di un mondo fatto di taglie 38, spinge una ragazza a rincorrere un ideale di magrezza tipico della femminilità androgina. È però indubbio che a monte ci siano soprattutto squilibri familiari». È quando una mamma si interessa in modo autoritario e asfissiante della sua piccola che in questa scatta la necessità di comandare al corpo di essere libero da qualsiasi bisogno, anche nutritivo. Rappresenta un primo modo per vincere la figura del genitore, che improvvisamente non riesce più a imporsi nella vita della figlia. «Il pensiero dominante è quello di controllare il proprio corpo perdendo peso il più possibile. Ma a lungo andare, sopraggiunge un problema clinico generato da un impoverimento delle sostanze nutritive. E se non si interviene in modo adeguato, si può arrivare alla morte».

La nuova isteria
Iniziare una terapia specialistica alla comparsa dei primi sintomi è il primo importante passo verso il miglioramento. «Ed è opportuno allentare gli incontri con lo psicoterapeuta solo dopo veri segni di guarigione. È fondamentale slegare la fanciulla dal vincolo malato con la famiglia. Farle comprendere il reale significato del cibo impedendole di farne un oggetto di trasferimenti emotivi. E dato che non si può trasformare la famiglia, proporne validi modelli alternativi, in grado di restituire alla giovane un’immagine ordinata di sé e del mondo che la circonda».
Anoressia, quindi, come disturbo dell’affetto più che disordine dell’alimentazione. Come frutto di una società caotica che crea giovani donne alla continua ricerca di una bellezza facile ma degradabile. «Perché l’anoressia sembra rispondere oggi, come l’isteria ieri, a uno specifico e attuale disagio della femminilità», sostiene la dottoressa Gabriella Ripa di Meana, psicoanalista romana che ha pubblicato vari testi sulla teoria e sulla clinica di anoressia e bulimia. «Mentre il corpo dell’isterica è un corpo di desideri perduti, rimossi e indicibili, quello dell’anoressica è un corpo di controlli e di diete. D’imperi estetici e alimentari. Un “corpo-immagine” tormentato dallo specchio e privo di qualunque desiderio. E sebbene il femminismo abbia difeso la donna nel suo complesso, la questione femminile di ogni singola donna è rimasta, come deve rimanere, non detta e mancata. L’immagine dell’anoressica continua a mostrare che non c’è donna che si possa davvero dire “tutta”. Che per quanto la si tuteli e la si definisca, per quanto la si protegga dall’invasione dell’altro (sia padre o semplicemente uomo), resta potente il regime della madre: un altro regime con un altro ideale di donna, che non lascia scampo al farsi unico e irripetibile di ogni singolo mistero di ciascuna donna».

Le responsabilità degli adulti
«La cultura collettiva – continua Gabriella Ripa di Meana – la rimpinza di significati, di svelamenti, di prescrizioni e luoghi comuni. Le arriva da tutte le parti la domanda incalzante di mettersi a regime, di consumare e di essere “normale”. Questa fanciulla vive nella “cultura dell’appagamento”, che tende a colmare ogni lacuna e a sanare ogni insufficienza cercando di neutralizzare così il disagio della civiltà».
Il disagio di una società desiderante della bellezza prête-à-porter, costruita da adulti che hanno perso la coscienza di sé, in cui i giovani assumono come droga estetica una prospettiva distorta e falsata. «Può succedere che ai figli venga chiesto di dar senso a genitori schiacciati dalla colpa di non essere abbastanza e dalla consapevolezza di non desiderare granché. Accade così che nel trattenerli nell’infanzia si consumi l’inganno di legare ai figli stessi il destino dei propri desideri e la sedazione delle proprie responsabilità. Padre, madre e prole si sovrassaturano di reciproche protezioni minuziose, con cui tentano di rimediare invano alle angosce di vuoto e d’individuazione». Presupposti di una vertigine d’irrealtà su cui l’anoressia fonda quindi il suo messaggio. E a pensarci bene il web, la tv e gli operatori della comunicazione chiamati in causa dalla politica sono semplicemente mezzi con cui si esprime la cultura di una società. Il mezzo che oggi asseconda le pulsioni di un narcisismo poco adulto ma cresciuto. Che arriva a diventare la prospettiva che inganna.

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