Cortigiani del jihad
La lista delle personalità e delle istituzioni internazionali in lutto per la sconfitta delle Corti islamiche in Somalia è la seguente: Osama Bin Laden, la Repubblica islamica dell’Iran, il mullah Omar, il regime militar-islamista del Sudan, Hezbollah libanese, Bashir Assad presidente di Siria, Louis Michel commissario europeo per lo Sviluppo e l’aiuto umanitario, Patrizia Sentinelli viceministro degli Esteri italiano. Gli ultimi due della lista sono dell’idea che l’Unione Europea non debba finanziare una forza di peacekeeping africana se gli islamici delle Corti non entrano in un nuovo governo somalo. L’esponente di Rifondazione Comunista ha testualmente dichiarato: «L’Italia ha lavorato per l’incontro tra le parti più moderate delle Corti islamiche e le autorità transitorie, ma il processo è stato interrotto dall’occupazione militare dell’Etiopia». Ora, siamo d’accordo che il governo e i militari di Addis Abeba non sono agnellini e che non è facile decidere, dal punto di vista del cittadino medio somalo, chi rappresenti il male minore fra miliziani delle Corti islamiche, signori della guerra e politicanti senza scrupoli del governo di transizione. Ma per ignorare le buone ragioni dell’Etiopia e per continuare a menarla con questa storia degli islamici moderati bisogna proprio essere accecati da un pregiudizio antiamericano grosso così (perché di questo, alla fine, si tratta: le Corti islamiche stanno simpatiche a Michel e Sentinelli perché sono fieramente antiamericane).
Non è per subalternità a un complotto della Cia che l’Etiopia si è decisa a spazzare via le Corti da Mogadiscio e Chisimaio, ma per suoi propri interessi strategici vitali. Era almeno dal marzo 2005, allorché le truppe etiopiche in Somalia erano solo poche centinaia a difesa del governo federale di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale, che le Corti davano ospitalità e sostenevano due organizzazioni guerrigliere etiopiche antigovernative: il Fronte di liberazione Oromo e il Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden. Dall’ottobre scorso le Corti e i due Fronti si vantavano di condurre operazioni militari congiunte in territorio etiopico. Hassan Dahir Aweis, il presidente del Consiglio supremo delle Corti islamiche eletto alla fine del giugno scorso, non è soltanto ricercato dagli Stati Uniti per i suoi rapporti con Osama Bin Laden quando questi era insediato in Sudan e con altri tre militanti di alto profilo di al Qaeda che dal loro rifugio somalo hanno organizzato gli attentati di Nairobi, Dar Es Salaam e Mombasa fra il 1998 e il 2002. È stato anche la mente di una serie di attentati terroristici messi a segno in Etiopia fra il 1995 e il 1996, quando era a capo di al Itihaad al Islami, organizzazione armata islamista classificata come terrorista dagli americani dopo l’11 settembre.
Come Siad Barre, ma più pericolosi
Appena il 17 novembre scorso Aweis ha dichiarato in un’intervista: «Non risparmieremo alcuno sforzo per integrare i nostri fratelli somali in Kenya ed Etiopia e ripristinare la loro libertà di vivere coi loro antenati in Somalia». In poche parole, la nascente repubblica islamica di Somalia si proponeva nelle parole e nei fatti di resuscitare quella politica di nazionalismo pan-somalo che fra il 1960 e il 1978 ha provocato quattro guerre somalo-etiopiche, la più famosa delle quali resta quella condotta da Siad Barre nel 1977-78 per l’annessione dell’Ogaden, regione etiopica abitata da somali. L’offensiva del dittatore somalo non ebbe successo perché in difesa dell’Etiopia, allora governata dal comunista Menghistu, scesero in campo l’Unione Sovietica e un corpo di spedizione cubano. L’irredentismo odierno delle Corti islamiche è potenzialmente più destabilizzante di quello degli anni Sessanta e Settanta, perché con la loro ideologia islamista esse possono fare presa non solo sugli ogadeni, che sono di etnia somala, ma su tutte le etnie di religione musulmana presenti in Etiopia, pari quasi alla metà della popolazione totale (che è di 74 milioni di persone). Se in Somalia vincono le Corti islamiche, l’Etiopia esplode e il nord del Kenya viene investito da un’altra guerra africana.
Quanto alla moderazione delle Corti, turbata solo dalla presenza di qualche testa calda che in questi anni si è presa la libertà di assassinare operatori umanitari, suore e giornalisti occidentali e collaborare agli attentati di al Qaeda, essa è tanto profonda che i loro appartenenti si sono scelti per presidente il sulfureo Aweis. Tanta è la loro moderazione che Osama Bin Laden in persona è intervenuto in due occasioni con messaggi audioregistrati, il 30 giugno e il 1° luglio scorsi, per fare propria la loro presa di posizione: nessuna forza di interposizione Onu (sinonimo di “occidentale”) in Somalia, altrimenti sarà jihad contro di essa. Tanta è la loro moderazione che non solo hanno ricevuto armi, denaro e addestramento da parte dell’Eritrea, avversaria storica dell’Etiopia, ma anche da moderatissime forze che rispondono al nome di Iran, Siria, Hezbollah libanese. Lo ha stabilito un rapporto Onu.
Con il patrocinio di al Zawahiri
Dal rapporto, stilato per conto del Consiglio di Sicurezza, sappiamo che l’Iran ha effettuato tre spedizioni di armi ai miliziani (lanciagranate, lanciarazzi, lanciamissili a spalla, ecc.), che il 27 luglio 200 combattenti delle Corti sono stati portati in Siria per addestramento militare, che nello stesso mese 720 uomini sono stati inviati in Libano a dar man forte a Hezbollah durante la guerra con Israele, e sono in gran parte ancora là per ricevere addestramento avanzato. Sono stati personalmente scelti dal leader di al Shabaha, l’organizzazione politico-militare sul modello talebano che ha preso il posto di al Itihaad al Islami: Hassan Hashi Aeru, il probabile mandante dell’uccisione dell’italiana Anna Lena Tonelli e della distruzione del cimitero italiano a Mogadiscio. Tanta è la moderazione delle Corti che il 5 gennaio al Zawahiri ha fatto appello a tutti i musulmani del Medio Oriente perché vadano in Somalia a combattere al loro fianco contro gli etiopici e le forze del governo di transizione.
La verità è che se due anni fa l’Unione Europea e l’Unione Africana avessero inviato sul campo le loro truppe per insediare a Mogadiscio il governo di transizione alla cui nascita avevano contribuito in maniera determinante, oggi Michel e la Sentinelli non dovrebbero piangere calde lacrime sul fallimento del negoziato fra quel governo e le Corti e sull’occupazione etiopica. Quello che allora non fece Bruxelles, potenza di pace sempre a parole e mai nei fatti, lo ha fatto oggi l’Etiopia per sue validissime ragioni.
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