Niente da fare, continuano a sperare

Di Berlicche
11 Gennaio 2007

Mio caro Malacoda, sono stremato, secondo me non abbiamo nessuna chance di vittoria finale. Hanno ricominciato anche quest’anno. Chi? Ma come chi? Tutti! Che cosa? L’anno. Vedo che non capisci. Ma forse è meglio così. Solo chi non ha fino in fondo coscienza della tragicità di una situazione può continuare a sopportarla come se tutto procedesse bene. Però, vista la tua responsabilità, sono obbligato ad aprirti gli occhi.
Nell’anno appena passato, il 2006 (quant’è insopportabile questa numerazione), ci siamo dati da fare non male. Una guerra in Libano, un genocidio strisciante in Sudan, un bel casino internazionale contro una frase del Papa, un po’ di martiri cristiani, un vertiginoso aumento della confusione generale sulla vita e sulla morte (dagli embrioni ibridi uomo/animale alla bambina handicappata tenuta in formato mignon così è più maneggevole, le botte ai down, e un gran finale sull’eutanasia e la pena capitale). Che c’è da festeggiare? Tu dici che lo fanno per dimenticare, e che a questo ti sei molto applicato in questi ultimi giorni. Distrazione, distrazione, distrazione. Non si può dire che tu non abbia ragione, il tuo metodo nei secoli ha dimostrato di funzionare. ma mai fino in fondo. Se uno si distrae veramente, alla fine non festeggia più. Perlomeno non nei giorni comandati. Fa baldoria il martedì, non la domenica. Il 27 dicembre non il 31. C’è qualche cosa che ci sfugge in questa osservanza dei riti da parte di gente che dice di non aver più nulla di sacro. E credo, purtroppo, di intuire cos’è.
Nei giorni scorsi ho seguito un mio assistito a Catania, ed è lì che ho capito l’inanità ultima dei nostri sforzi. Cerca di immaginarti un deserto nero, una città completamente distrutta dal terremoto e sommersa dalla lava – è successo nel 1693. Ripeto: completamente distrutta e sommersa. Hai capito bene. Beh, l’hanno rifatta tutta. Nello stesso posto. Con la lava. Non so se riesci a capire che cosa è successo. Hanno usato la lava che ha livellato la città, la lava che ha dato la morte a sedicimila catanesi su diciottomila che abitavano la città, per rifare le case dei catanesi, le chiese dei catanesi, l’università dei catanesi, le strade su cui in migliaia trascinano la statua di una donna che venerano come santa, Agata. Il vulcano li uccide e loro usano l’arma del delitto per ricominciare. È questo ciò di cui non riesco a capacitarmi. Ma è questo il segreto: il bisogno di ricominciare. Secondo me non lo sanno neanche loro il perché. Se chiedi in giro non ti sanno dire il motivo per cui ogni 31 dicembre passano la notte a festeggiare in attesa dell’anno nuovo. E già questo è un nostro successo. Però festeggiano lo stesso, aspettano. E questo non riusciamo a toglierglielo di dosso. Questa attesa della novità e questa speranza che il nuovo sarà meglio del vecchio, che domani sarà meglio di oggi, vive in manifestazioni irrazionali, in una gioia effimera, a volte stupida, grossolana, pacchiana, ma deve avere una ragione profonda se con tutta la nostra millenaria attività siamo riusciti solo a imbastardirla ma non a estirparla. Forse dobbiamo farcene una ragione. O sperare che duri solo lo spazio di una notte. Però che rabbia. Sentiamoci per Carnevale. Ciao.
Tuo affezionatissimo Berlicche

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