Rivoluzionari sedicenti
Immaginate un territorio grande come l’Abruzzo, ricoperto di acqua per il 90 per cento: fiumi, lagune, paludi e acquitrini intervallati da piccole foreste di mangrovie e villaggi metà su terraferma e metà su palafitte. In questa regione, quasi impossibile da infrastrutturare, un giorno arrivano le compagnie petrolifere e, assieme ai pozzi, costruiscono gli unici edifici moderni per centinaia di chilometri, aprono strade, organizzano un sistema di erogazione dell’elettricità. Subito la zona intorno si popola di indigeni che intravedono la possibilità di condizioni di vita migliori. Non senza iniziali incomprensioni, si crea un sistema di scambio fra gli operatori petroliferi e la popolazione locale: elettricità contro servizi di guardia, posti di lavoro non qualificati in cambio del consenso a trivellare le terre ancestrali della tribù. Poi, un bel giorno, arrivano da chissà dove giovanottoni armati come Rambo e rapiscono alcuni tecnici stranieri. Chiedono la liberazione di due “prigionieri politici”, l’esodo di tutte le compagnie straniere dalla regione, indennizzi per danni ambientali e il versamento alla “popolazione locale” di tutti gli introiti del petrolio estratto. È questo ciò che è successo ai tre italiani e al libanese dipendenti dell’Eni, rapiti il 3 dicembre scorso in Nigeria nello Stato di Bayelsa; e se il pregiudizio terzomondista e antioccidentale non vi ha completamente accecato, avrete notato alcune incongruenze.
«Frequento quell’area dalla metà degli anni Ottanta. Banditismo ed episodi di assalti alle installazioni ci sono sempre stati, ci sono stati fortissimi attacchi nel periodo della transizione dopo la morte di Abacha fino all’ascesa di Obasanjo. Anche il fenomeno dei rapimenti c’è sempre stato, ma puntuale: ci sono piccoli problemi con comunità non soddisfatte, queste prendono degli ostaggi, si negozia e in qualche giorno si liberano le persone non necessariamente pagando, ma promettendo di costruire una struttura o fornire un servizio. Ma adesso i rapimenti non sono le comunità che li fanno, questo è il grosso cambiamento: sono bande armate che operano trasversalmente su tutto il sud della Nigeria, si muovono dal Rivers State al Bayelsa State. Non stanno proteggendo i loro villaggi. Dove arrivano fanno razzia e intanto proseguono le loro attività di sequestratori».
Chi parla in questo modo è un tecnico specializzato italiano che in questi anni ha lavorato per tutte le grandi compagnie petrolifere straniere presenti nella regione del delta del Niger. Desidera mantenere l’anonimato perché, anche se in questo momento è a spasso, potrebbe presto tornare in zona per conto di qualche company europea. La sua grande esperienza conferma alcune delle cose che avevamo raccontato sull’argomento un anno fa (“I predoni dell’oro nero del Niger”, Tempi n. 7, 9 febbraio 2006) e ne puntualizza altre. «Il Mend, il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger, non è il movimento di liberazione in stile terzomondista che molti in Europa immaginano. Si presenta così sulla scena mediatica internazionale perché sa che l’opinione pubblica occidentale è culturalmente predisposta ad abboccare a questa immagine. Ha obiettivi politici, ma non quelli che dichiara pubblicamente. E dal punto di vista militare è un’entità più virtuale che reale: le migliaia di militanti che vanta sono uomini di bande armate locali, che forniscono “servizi” su base mercenaria. Vien detto loro di dichiararsi “militanti”, e questo loro fanno, ma solo perché ricevono un compenso o perché credono alle promesse smisurate che vengono loro fatte. Sono ragazzi analfabeti che credono di essere diventati invulnerabili perché hanno compiuto certi riti».
Briganti per soldi e fanatismo
La vera agenda politica del Mend la si dovrebbe capire dalla richiesta numero uno a cui subordina la liberazione dei quattro dipendenti dell’Eni sequestrati: la liberazione dalla prigione di Mujahid Dokubo-Asari, il leader di una milizia ijaw (la principale etnia locale) da cui è nato il Mend, e del deposto governatore del Bayelsa Diepreye Alamieyeseigha, arrestato a Londra con l’accusa di riciclaggio dopo essere stato trovato in possesso di un milione di sterline in contanti. Nei sei anni in cui ha governato il suo Stato, Alamieyeseigha ha ricevuto l’equivalente di 32 milioni di sterline al mese dal governo federale, ma il territorio è ancora quasi completamente privo di elettricità, tranne le zone in cui sono insediate le multinazionali del petrolio. In compenso il governatore ha accumulato proprietà immobiliari a Londra per un valore di 10 milioni di sterline. Dokubo-Asari, suo grande sostenitore nel braccio di ferro col governo centrale per ottenere una più grossa fetta dei proventi del petrolio, è un convertito musulmano, fanatico ammiratore di Osama Bin Laden in una regione dove i musulmani praticamente non esistono, ed è responsabile della morte di decine di “militanti” di bande armate rivali della zona (oltre ad essere un esperto di campagne elettorali “muscolose”).
Una più giusta ripartizione dei proventi del petrolio fra governo centrale, Stati in cui viene estratto e Stati non petroliferi della federazione nigeriana è certamente una questione centrale. Attualmente tutto il reddito petrolifero va al governo federale, che poi lo ripartisce fra i 36 Stati della federazione, versando a quelli da cui proviene il petrolio qualcosa di più della media, una cifra che oscilla fra il 13 e il 15 per cento del valore del petrolio estratto. Gli Stati esigono molto di più, con richieste fino al 50 per cento di alcuni governatori e fino al 100 per cento da parte di movimenti come il Mend. Il governo centrale sembrerebbe disposto a concedere il 20 per cento. Ma al di là della guerra delle cifre per la ripartizione dei proventi, c’è un problema di fondo tipicamente africano: la cattiva qualità della spesa pubblica. Togliere ogni competenza sul petrolio al governo centrale per affidarla a gente come Alamieyeseigha e Dokubo-Asari non sembra proprio un affare. D’altra parte il potere centrale ha dimostrato, anche in questi anni di governo democratico, tutti i suoi limiti: il Niger Delta Consolidated Council per lo sviluppo economico e sociale creato dal presidente Olusegun Obasanjo, a cui partecipavano autorità centrali e locali e rappresentanti delle compagnie petrolifere, non ha concluso praticamente nulla. La corruzione, la paralisi burocratica, l’impossibilità di indire gare di appalto hanno incancrenito una paralisi che è il migliore terreno di manovra per tutte le forze che giocano a cavallo fra criminalità e rivendicazioni politiche, puntando fondamentalmente alla destabilizzazione.
«Non è un caso che le azioni dei “militanti” si siano moltiplicate mentre la presidenza Obasanjo si avviava al termine, senza possibilità di rielezione del presidente. Fa impressione notare che il Mend ha rivendicato l’esplosione di un’autobomba all’indomani della formalizzazione delle candidature del Pdp alle presidenziali (il principale partito nigeriano, quello di Obasanjo, ndr), che hanno visto assegnare al nordista Umaru Yar’Adua il ruolo di sfidante per la presidenza e al nuovo governatore del Bayelsa Goodluck Jonathan, subentrato ad Alamieyesheigha dopo la deposizione di quest’ultimo, la candidatura alla vicepresidenza».
Nessuno rimpiazza la Shell
Su un punto il nostro interlocutore è molto deciso nello smentire voci e sospetti: «Chi sostiene che dietro rapimenti e attentati c’è la mano di compagnie petrolifere nigeriane o straniere che vogliono impadronirsi delle concessioni scrive fantascienza. La Shell è andata via dalla terra degli Ogoni dieci anni fa, e ancora nessuno si è fatto avanti per comprare le loro concessioni. Due anni fa, per valorizzare le imprese nigeriane, è stato indetto un appalto riservato solo a loro: non è ancora partito nulla, non sono stati ancora firmati i contratti. E sì che c’erano un sacco di blocchi (potenziali giacimenti, ndr) a disposizione. è un business troppo rischioso, troppo costoso e con troppe competenze per poter pensare che basti spazzare via i concessionari attuali per prenderne il posto». Se i militanti del Mend hanno qualcosa da dire sull’argomento, li staremo ad ascoltare. D’altra parte alcuni di loro si trovano qui fra noi, in Italia. Come dimostra la rapidità con cui scrivono le loro e-mail di puntualizzazioni dopo che sulla stampa italiana appaiono articoli sulla questione dei rapimenti.
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