In Marocco chi scherza coi santi finisce in galera
Si può rischiare il carcere per aver raccontato barzellette? In certi paesi, sì. Alla fine dell’anno scorso, il governo marocchino ha vietato la diffusione del settimanale dialettale Nishan per «vilipendio della religione». La rivista aveva pubblicato un dossier intitolato “Barzellette: ecco come i marocchini ridono della religione, del sesso e della politica”. «Considerando le disposizioni costituzionali che consacrano l’islam come religione di Stato, e il ruolo del re quale Comandante dei credenti e Difensore della fede e della religione (.) il primo ministro predispone l’interdizione dell’esposizione in pubblico e la diffusione del settimanale Nishan per aver offeso la religione e i sentimenti dei marocchini». La procura ha poi formulato le accuse al direttore Driss Ksikes, e alla giornalista Sanaa al Aji: «Pubblicazione e distribuzione di scritti contrari alla morale e ai costumi», reato punito con una pena carceraria dai 3 ai 5 anni.
La redazione di Nishan (cui sono giunte minacce di estremisti islamici) ha precisato di non aver inteso ferire la sensibilità dei musulmani, bensì esaminare la mentalità locale attraverso il senso dell’umorismo. «Sono davvero costernato», ha detto Ksikes. «Abbiamo raccolto barzellette già in circolazione. Quindi questo è un processo alla società». Un esempio di barzelletta offensiva? Abu Huraira, noto compagno del profeta dell’islam, è accolto dopo la morte da un angelo. «Andrai all’inferno», sentenzia questi dopo aver controllato al computer. Abu Huraira protesta e chiede l’intervento di Maometto. «Mi dispiace», dice questi, «ma non posso fare nulla per te». Nuove lamentele e grida. Arriva Dio in persona. Abu Huraira si mette a piangere. «Su, dai», lo tranquillizzano tutti e tre. «Sorridi: sei su Candid Camera».
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