Il sol dell’avvenire tramonta sui Ds e dice che una furbizia non fa una buona politica
«La furbizia è da servi, non da padroni». Michele Serra ha ragione. Tant’è che si può prendere il suo aforisma e rovesciarlo sul suo partito di riferimento. I miglioristi che già nel 1993 stracciarono la tessera del Pds lo avevano capito bene. Scantonare ogni bilancio sulla propria partecipazione alla tragedia internazionale del comunismo, dimenticare le decine di milioni di esseri umani morti nei Gulag sovietici, cinesi, cambogiani, cubani eccetera; dimenticare senza mai aver letto (e, quel che è peggio, senza favorirne la lettura nelle scuole e nelle università) i Solgenitsin e i Salamov, non può essere un’impresa duratura. In effetti, questi primi bagliori di diaspora, stanno facendo venire al pettine i nodi di un ventennio di “furbismo” diessino. Che ha contrabbandato per virtù il peccato di una politica il cui simbolo parlamentare fu il coniglio bianco in campo bianco e una giustizia il cui motto fu “mani pulite, niente politica” (mentre poi i magistrati “amici” venivano eletti in parlamento nei collegi blindati Ds). Oggi gli ultimi eredi del Pci sembrano destinati a sciogliersi nel partito democratico. La domanda, però, resta. Come faranno a non finire ai margini della scena politica? Almeno in politica estera, nel sindacato e nelle grandi questioni culturali ed etiche, Fassino&C. dovranno per forza decidersi. Per Blair o per Chávez. Per il conservatorismo democratico di Obama o per il libertinismo reazionario di Zapatero. Per un sistema di istruzione statalista dove il blocco di potere Cgil attualizza il ruolo ideologico-poliziesco che fu delle corporazioni mussoliniane. O per una libertà di educazione che finalmente realizzi quel principio di pluralismo che il laburismo britannico oggi esalta come fattore cruciale per la sopravvivenza stessa di una società democratica.
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