Ds/2. I dolori di un veterosocialismo divenuto riformista fuori tempo massimo
Se quelli dei Ds siano i dolori dell’agonia o del parto si capirà a breve. Quale ne sia la causa è invece chiaro da tempo: non sono affatto riformisti, benché si autocertifichino tali. Nel movimento socialista del Dopoguerra, riformista fu Saragat contrapposto a Nenni, Craxi contrapposto a De Martino. Nel Pci dei primi anni Ottanta Napolitano contrapposto a Berlinguer. Attorno al fatale ’89 i riformisti sono i miglioristi di Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Lama. rispetto a Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bassolino e all’ala comunista, che darà vita, dopo il 1989, prima ad un partito “comunista”, poi a due: Cossutta e Bertinotti, già esponente del massimalismo socialista. A Pesaro, nel Congresso del 2001, la posizione socialdemocratica classica viene assunta per la prima volta dal vecchio “centro”, che aveva sempre governato il partito, prima con Enrico Berlinguer, poi con Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni. Fassino è il primo segretario che si dichiara riformista, socialista, socialdemocratico. Questa posizione, sancita nel Congresso straordinario della Spd a Bad Godesberg nel 1959 (in aggiornamento del programma di Erfurt del 1891), è stata nel frattempo abbandonata da Schröder con la Neue Mitte (il Nuovo Centro) e da Blair con il New Labour. I Ds ci arrivano affannati, con quarant’anni di ritardo, ma la trincea è vuota.
Qui sta il problema. La veterosocialdemocrazia dei Ds continua ad avere in mente il vecchio modello che ha fatto la prosperità della Germania e della Gran Bretagna nel Dopoguerra: lo Stato come strumento principe di intervento economico e di equità sociale attraverso, appunto, il Welfare State. I lavoratori, cioè i sindacati, ne sono cogestori e garanti. Lo statalismo – si veda il caso della scuola – resta l’orizzonte intrascendibile dei Ds. Intanto lo Stato è diventato un posto di lavoro. Questo schema ha funzionato in Gran Bretagna fino al 1979, in Germania fino al 1984, essendo già entrato in crisi a partire dagli anni Settanta, sotto la spinta delle trasformazioni della globalizzazione. Le riforme sono state fatte, nonostante l’opposizione durissima dei sindacati. Invece, la veterosocialdemocrazia di Fassino-D’Alema vuole fare le riforme con il consenso dei sindacati, che sono divenuti nel settore privato, ma soprattutto in quello pubblico, una potente forza di conservazione della struttura corporativa del paese. Purtroppo non è possibile bere e fischiare contemporaneamente.
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