Nella Rai dei camaleonti

Di Nouri Michelle
25 Gennaio 2007
«Tutti sono raccomandati: io fui segnalato da Martelli. I politici? Usano la tv per vanità personale. Biagi? Gli avrei risparmiato il ritorno». Parla Mauro Mazza, direttore del Tg2

Mauro Mazza, romano, quasi 30 anni di giornalismo, è entrato in Rai nel 1990 ed è direttore del Tg2 dal 2002 dopo essere passato dal Tg1.
Direttore nella Rai dell’Unione. è l’ultimo dei mohicani o la foglia di fico del governo?
La Rai è sempre condizionata dagli assetti del parlamento decisi dagli elettori. Essendo il parlamento l’editore della Rai, è evidente che la maggioranza ha la voce più grossa della minoranza. Io però lavoro con la stessa serenità con cui ho sempre lavorato. A volte ho l’impressione che il Tg2 venga considerato come una riserva indiana, ma noi non ci sentiamo tali.
Si è fatto le ossa nel Secolo d’Italia, giornale dell’allora Msi, ed è entrato in Rai quando ancora vigeva il famoso “arco costituzionale”. Come ha fatto? Ha pregato padre Pio?
No. In quel periodo io non ero più al Secolo da cinque o sei anni. Per un periodo avevo lavorato come collaboratore dell’ufficio stampa di Claudio Martelli, all’epoca vice presidente del Consiglio del governo Andreotti. Si creò l’opportunità di essere assunto al Giornale radio Rai. Il direttore, Livio Zanetti, mi fece intendere che mi avrebbe assunto molto volentieri, ma c’era bisogno di una segnalazione, di un aiutino. Io lo chiesi a Claudio Martelli, che, credo, parlò con l’allora presidente della Rai Enrico Manca. Dopo qualche mese fui chiamato. Questa è la storia pura, onesta e semplice. Quelli che arrivano da Marte sono altri.
Quanti voltagabbana si incontrano nei corridoi della Rai? Rappresentano la maggioranza relativa o una forte minoranza?
Nego l’esistenza di voltagabbana. Affermo invece l’esistenza, molto numerosa, dei camaleonti, bravissimi a cambiare il colore della pelle non dopo il cambio della maggioranza politica, ma quando sta per cambiare. Ho letto il terrore negli occhi di alcuni colleghi quando, dopo mesi in cui pareva certo che le elezioni le avrebbe vinte Prodi, ci furono quei momenti in cui sembrava che potesse vincere il centrodestra. Poi è passata. Camaleonti.
Chi guarda i tg Rai ha l’impressione che la logica delle interviste ai parlamentari sia: tanti voti, tanti secondi. Non vi sentite umiliati come giornalisti?
Umiliati? No. Però condizionati e dimezzati sì. Io ho sempre sottolineato, anche in sedi ufficiali, questo problema, che riguarda la politica più che noi. I leader politici affidano ai giornali le interviste o le indiscrezioni sulle svolte importanti, mentre considerano i telegiornali, in particolare quelli della Rai, soltanto un megafono. Come se ne esce? Convincendo i politici che fare con un telegiornale un’intervista comporta sì una maggiore sinteticità però si raggiungono milioni di telespettatori. E il giorno dopo si va su tutti i giornali, non su uno soltanto. Per arrivare a questo però occorre che sia sottoscritto un contratto nuovo fra la politica e i telegiornali Rai. Io ci sto a fare la mia parte, però ci vuole che anche la politica sia d’accordo a scegliere il telegiornale come strumento di comunicazione di contenuti e non soltanto come una vetrina di vanità.
Qual è l’attacco più ingeneroso che ritiene di aver subito in questi anni al Tg2?
Attacchi ingenerosi, no. Diciamo che abbiamo una considerazione da parte dell’azienda non sempre all’altezza delle esigenze. Ho lavorato dieci anni al Tg1 e so bene cosa significa sentirsi il tg più importante, avere i traini giusti, i sostegni necessari.
Ne parla con malinconia.
Da cinque anni sperimento che questo telegiornale non gode delle stesse coperture o degli stessi privilegi da parte dell’azienda. Privilegi meritati, per carità: essendo il tg di maggior ascolto dell’ammiraglia, è normale che sia così. Però, tra il non avere gli stessi privilegi o gli stessi aiuti ed il non averne affatto, c’è differenza. Noi andiamo in onda alle 20.30 senza traini, perché i cartoni animati che ci precedono non sono un traino, ma un antitraino.
Non vi sentite sullo stesso piano del Tg1.
Essere secondi è un ruolo che accettiamo. Però vorremmo essere trattati almeno da secondi. Invece non siamo trattati affatto. Guardando le cose che vanno in onda su Rai3 prima e dopo il Tg3, si vede che anche il Tg3 è più aiutato rispetto a noi.
Torna Enzo Biagi in tivù. Una buona notizia o un caso di ipocrisia?
Non so se il ritorno di Biagi come titolare di un programma sia una cosa buona per lui e per la televisione. Da telespettatore, mi sarebbe piaciuto di più immaginare di ascoltare la sua opinione periodicamente, o anche tutte le sere, ma come ospite. La sua saggezza va centellinata, non sprecata. Caricare l’anziano Biagi del peso anche psicologico di un programma o di una striscia, è una cosa che gli si poteva risparmiare. Una buona idea poteva essere: andiamo due volte alla settimana a sentire cosa pensa Biagi di quello che accade nel mondo. Biagi come re degli opinionisti, non come realizzatore di un programma. I grandi opinionisti devono essere trattati come tali, e la vecchiaia va rispettata in termini di saggezza.
Dirigerebbe il tg di una tv privata? Se sì, cambierebbe per i soldi, per la carriera o per avere maggiore libertà?
Non per la libertà. Penso di averne a sufficienza. Diceva Leo Longanesi: «Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi». Io sono molto affezionato a questa azienda di cui faccio parte da diversi anni. In Italia non esiste un vero mercato del giornalismo televisivo. Se esistessero altre opportunità di lavoro adeguate, io le prenderei in considerazione.
Quindi, passerebbe a Mediaset?
Se Mediaset assicurasse condizioni di agibilità professionale, perché no? Lo farei per una soddisfazione personale. In Rai non si guadagna tanto, salvo alcune eccezioni, alle quali io non appartengo.

michelle.nouri@infinito.it

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