Mister Preside

Di Bottarelli Mauro
01 Febbraio 2007
È Mourinho il direttore ideale per le scuole britanniche. Ne è sicuro Tony Blair, che riformerà il sistema puntando su privati e manager

Il miglior preside possibile per gestire al meglio una scuola? José Mourinho, il maniacale e pignolo allenatore del Chelsea. Questa provocazione avanzata da Mike Baker, responsabile dei temi educativi per la Bbc, non è una boutade come potrebbe sembrare, visto che in Gran Bretagna qualcuno ha già messo nero su bianco che le scuole del Regno andrebbero meglio se gestite da manager che arrivano dal mondo del business o addirittura dello sport. Il report commissionato dal governo alla PricewaterhouseCoopers, non l’ultima agenzia di consulenza al mondo, non lascia margini di dubbio: la politica deve rimuovere gli ostacoli (come la burocrazia e la ultraregolamentazione) che si frappongono tra gli insegnanti e la carriera di preside, ma soprattutto deve aprire a figure manageriali per svecchiare la gestione degli istituti, sempre più alle prese con problemi come il budget, il project management e soprattutto le risorse umane.
Interpellato dai giornalisti al termine della presentazione del report, Jim Knight, responsabile del progetto per il ministero dell’Istruzione, non ha perso tempo nel rilanciare la strategia voluta fortemente da Tony Blair: «Una scuola moderna richiede leader moderni. Moltissime scuole nel nostro paese affronteranno nei prossimi anni lavori di ristrutturazione che le trasformeranno in “extended schools” destinate a restare aperte all’intera società non solo durante le ore di lezione ma anche nel corso delle vacanze estive con corsi di teatro, consultori, sale da gioco per i bambini, corsi di lingua e programmi di appoggio per ragazzi disagiati o con handicap. Questo ci obbliga a ripensare i modi non solo di lavorare ma soprattutto di dirigere una scuola, oltre al ruolo stesso della scuola nella nostra società. A tal fine l’apporto di persone con lunghi anni di esperienza in campi specifici appare fondamentale, mentre resta chiaro che l’insegnamento rimarrà precluso a chi non sia qualificato». Un chiaro discorso che mira a ravvivare la strategia decisa due anni fa dal governo attraverso il white paper per l’ampliamento del modello delle city academies finanziate dai privati fino a 2 milioni di sterline l’anno e gestite con criterio manageriale.

Il pallino delle city academies
Attaccate dalla sinistra del Labour perché subirebbero un’eccessiva influenza degli sponsor sui percorsi didattici, le city academies sono infatti il vero e proprio pallino di Tony Blair, che ha deciso il loro aumento da 20 a 200 entro il 2010, prevedendo anche, nei confronti delle autorità locali riottose che ne ostacolino l’apertura, la possibilità per Whitehall di ricorrere alle maniere forti, politicamente parlando. Il piano, infatti, prevede la rimozione del potere di controllo sulle scuole da parte dei local council e la possibilità per i presidi, intesi appunto come veri e propri manager, di gestire le scuole in base alle proprie scelte, come se si trattasse di aziende: in caso di successo, più fondi statali; in caso di fiasco, il licenziamento. Inoltre, in onore alla politica del “naming and shaming” (traducibile come “nominare e svergognare”), il Cabinet ha sancito che tutte le scuole con i conti non in regola avranno solo dodici mesi, non più da 18 mesi a sei anni, per mettersi a posto. Altrimenti verranno commissariate e affidate a nuovi dirigenti e responsabili provenienti da istituti con migliori risultati o da aziende private. Non è un caso poi che sempre la PricewaterhouseCoopers abbia pubblicato, poche settimane fa, un altro report in base al quale si evince che nove genitori su dieci sono soddisfatti delle city academies frequentate dai figli.
Naturalmente la campagna mediatica e di riforma senza precedenti avviata da Blair ha immediatamente fatto scendere sul piede di guerra il sindacato nazionale degli insegnanti, la National Union of Teachers. Ma questo non sembra preoccupare Downing Street: voci circolanti da tempo vorrebbero il primo ministro intenzionato ad accelerare al massimo la discussione sulla possibilità per chi non ha un curriculum di insegnante di conseguire comunque il National Professional Qualification for Headship, titolo necessario per divenire preside in Gran Bretagna.
Tony Blair è certo che la strada da perseguire sia quella della riforma radicale di stampo svedese, ovvero una deregulation che sganci completamente l’istituto educativo dal controllo dello Stato. D’altronde i risultati registrati dalla Svezia dal 1992 (anno di approvazione della legge) ad oggi parlano da soli: il numero delle scuole indipendenti è passato da 107 a 576, toccando una percentuale del totale nazionale del 12 per cento (nel 1992 era appena il 2 per cento), mentre quello degli alunni che frequentano scuole “libere” è salito da 8.629 a 69.451, con l’effetto collaterale di uno sviluppo a macchia di leopardo che ha permesso la nascita di scuole anche in aree periferiche, svantaggiate o comunque lontane dalle grandi città.
Ma, al di là di questi numeri inequivocabili, è lo stesso pretesto degli oppositori della riforma, cioè la volontà di tutelare l’istruzione pubblica dall’attacco dei privati, a non reggere la prova dei fatti. In primo luogo perché questa ipotesi non viene percepita come un rischio dalla maggior parte dei cittadini. Se infatti è chiaro che un privato che sponsorizza la scuola con 2 milioni di sterline l’anno (il massimo consentito) ha il diritto di dire la propria sul modo di gestire l’istituto, è altrettanto sacrosanto partire da un altro presupposto: quale interesse può avere un privato a far funzionare male la scuola che finanzia? Cosa guadagnerebbe un uomo che rischia del suo dal creare una generazione di ignoranti e dal mantenere un branco di insegnanti svogliati e incapaci? Nulla. Il privato, rispetto al pubblico, tende certamente al profitto ma anche all’eccellenza, alla meritocrazia, alla creazione di ricchezza, non solo monetaria. Ma è proprio qui che nasce la dura opposizione della National Union of Teachers: molti temono di veder messo in discussione il proprio posto di lavoro dalla dura legge del mercato. Invece chi è bravo, fino a prova contraria, non ha nulla da temere.

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