La cura del palinsesto
Odore di disinfettante, stanchezza e tensione, colori tenui nei corridoi. E ancora, lenzuoli stropicciati, sudore e visi tirati in attesa. Cose che ricordano gli ospedali e le vite che ci passano attraverso. E che ritornano nei telefilm più seguiti, i “medical drama”, una lente di ingrandimento sulla vita in corsia. Lo spettatore tranquillo sul divano si affeziona alla finzione che appare così reale e sogna anche per sé una sanità migliore, con camici immacolati e medicine che abbiano un buon sapore.
Ormai stanchi di adolescenti complessati, o di casi da obitorio, adesso tra la minaccia di un’epidemia e l’altra, amiamo risollevarci il morale con ospedali impeccabili e incorruttibili. Oggi i telefilm di questo tipo mostrano operazioni e procedure cliniche, anche le più dolorose. Una volta bisturi e ferite rimanevano celati dietro pudichi lenzuoli verdi, ora invece sono agli occhi del pubblico, non per colmarne la “sete di sangue”, ma per mostrare che dietro ogni operazione c’è l’umanità del medico e i potenziali errori che questa porta con sé.
«Questo tipo di telefilm è una costante della storia televisiva, da Kildare in poi, un fenomeno di cultura di massa, che negli ultimi anni presenta novità interessanti», racconta Fausto Colombo, docente di comunicazione alla Cattolica di Milano. «L’ospedale è un set perfetto, contiene molte storie, e si pone come ottimo punto di osservazione di un microcosmo, dove le persone entrano ed escono. Come la detection story, tanti omicidi, tante storie. In più, scatena interesse la paura grande della malattia, del dolore, e queste serie liberano il pubblico, quasi in maniera catartica». Della stessa idea è anche Leopoldo Damerini, coautore del Dizionario dei Telefilm, e cofondatore del TelefilmFestival di Milano. «Per il fatto che sia un concentrato di vite, la corsia permette diverse letture, che mostrano allo spettatore spunti sempre diversi, come il rapporto tra medici e pazienti, o tra medici e medici. Anche usando toni surreali o satirici».
Le serie ospedaliere hanno sempre avuto successo, ma ora i produttori sono costretti agli straordinari, vista la recente rinascita del genere. E così i pubblicitari tirano un sospiro di sollievo quando nel palinsesto compaiono i medici. Il poker d’assi appena calato da Italia uno è un esempio. House, Grey’s Anatomy, Nip/Tuck, e Huff, l’ultimo arrivato, uno psichiatra divorato dal rimorso di un paziente che si è tolto la vita.
Largo ai cinici
Non solo storie di medicina edificante, ma anche il materialismo dei due chirurghi plastici di Miami protagonisti di Nip/Tuck, l’uno interessato ai soldi facili e alle modelle, l’altro alle prese con figlio bisessuale e moglie fedifraga. Amori in corsia fra dottorandi e chirurghi per Grey’s Anatomy, con un cast di bella presenza a raccontare come si diventa medici, in un binomio esplosivo di ambizioni e sbagli. Infine lui, House, il dottor risolvo-casi-impossibili-e-non-me-ne-frega-nulla-se-non-mi-ringrazi, quello «diventato medico per curare le malattie, non certo i malati». Uno la cui canzone preferita è l’inno rassegnato dei Rolling Stones,”You can’t always get what you want”, medico solo e disilluso che si chiede il perché del dolore e della morte. È lui il sovrano assoluto degli ascolti, con punte del 20 per cento di share.
«Non si può parlare di medical drama senza citare la serie svolta, E.R.» spiega Colombo. «Come accadde con Hill Street Blues per il poliziesco, E.R. ha introdotto la squadra, con le sue conseguenze. Multirazzialità, impegno di gruppo, grande interazione e piccole debolezze che emergono quando si lavora in tanti. La squadra e i diversi tipi umani che essa mostra permettono molte evoluzioni narrative. Inoltre, le figure dei medici diventano più complesse, con più difetti e debolezze. Ora il medico non è più un supereroe, è un passaggio analogo a quello da Superman all’Uomoragno. Sono i problemi del medico a far ricca la storia, come nel bellissimo Scrubs (trasmesso da Mtv, ndr), cult che lavora ironicamente sui difetti, più interessanti della perfezione». E sbaglia chi crede che la serie che a dato i natali al dottor Ross abbia fatto il suo tempo. «È così magistrale – afferma Damerini – nella sua coralità che difficilmente smette di appassionare; per questo sono state accettate la morte di protagonisti e l’arrivo di nuovi personaggi».
Ma qual è stato il miglior telefilm ospedaliero? «A cuore aperto, aveva il realismo di E.R. e l’elemento soap di Grey’s Anatomy», risponde convinto Damerini. «Alla fine si scopriva che tutto era frutto dell’immaginazione del figlio autistico del dottore protagonista. C’era la realtà della corsia, medici che si ammalavano, infermiere che si suicidavano, amori scoppiati per caso, e anche pazienti che decidevano di andare in un altro ospedale perché si sentivano trascurati, un vero e proprio big bang del genere».
I casi italiani
Gli spettatori nel corso degli anni si sono anche appassionati a fiction mediche prodotte in Italia, differenti dai prodotti d’oltreoceano, come è stato per Amico mio, con Massimo D’Apporto, o la Dottoressa Giò, con Barbara D’Urso. «La percezione della fiction americana è diversa dall’italiana; il pubblico stesso non vuole che la nostra fiction imiti troppo quella d’Oltreoceano, per questo la si adatta al sistema medicale italiano», spiega Colombo. «Da noi ci sono più buoni sentimenti, il trionfo dell’onestà, non essendo il cinismo dote nazionale. Così le storie personali tolgono spazio agli aspetti strettamente clinici».
«Non parlerei solo di differenti budget – sostiene Damerini. Alle storie italiane basta la credibilità. Gli americani invece vogliono realismo, con dettagli e particolari che ricreino davvero l’atmosfera ospedaliera, e allo stesso tempo permettano al pubblico di immedesimarsi. Infatti gli ultimi telefilm hanno dei protagonisti antieroi, o meglio, degli eroi pieni di difetti. Dopo l’11 settembre, l’America si è scoperta vulnerabile, e così la figura del medico, una volta infallibile, tende a rispecchiare questa situazione».
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