Dio salvi il califfo

Di Bottarelli Mauro
08 Febbraio 2007
Londra gli regala una moschea da 70 mila posti, lui chiede la sharia. è il giovane islam britannico, figlio di una cieca tolleranza bipartisan. Parola di un (allarmante) dossier

Quarant’anni di malinteso multiculturalismo, introdotto in grande stile nel 1966 dall’allora ministro dell’Interno laburista Roy Jenkins e poi assurto a cardine della società grazie al politically correct parossistico del New Labour, hanno trasformato la Gran Bretagna in un paese diverso, in una società stravolta dalle fondamenta che «ha alienato un’intera generazione di giovani musulmani spingendoli verso l’estremismo». È questa la spiazzante conclusione cui è giunto il report del think tank Policy Exchange presentato la scorsa settimana a Londra, uno studio che attraverso un sondaggio condotto da Populus offre anche un impressionante dato numerico: il 40 per cento dei musulmani britannici di età compresa tra i 16 e i 24 anni è favorevole all’applicazione della sharia in Gran Bretagna, mentre il dato scende al 19 per cento quando a essere interpellati sono gli over 55. Insomma, la terza generazione di musulmani britannici è la più oltranzista di tutte e sposa in pieno logiche di divisione netta all’interno della società: la stragrande maggioranza, circa tre quarti degli interpellati, è favorevole alla frequentazione esclusiva di scuole islamiche e confessionali. «Il multiculturalismo non ha fatto altro che enfatizzare le differenze a danno di un’identità nazionale condivisa. Ha diviso i cittadini sempre più in base alla razza e al credo religioso», ha dichiarato la giornalista Munira Mirza, figlia di immigrati pachistani e fra i curatori del report, intitolato Living apart togheter. British muslims and the paradox of multiculturalism.
Dispute di principio a parte, il rapporto evidenzia chiaramente un paese in cui ragazzi poco più che adolescenti si dicono certi della bontà della pena capitale per gli apostati, della necessità di indossare il velo per le donne, dell’inconciliabilità dell’essere islamico con i costumi “corrotti” dell’Occidente. Ma lo studio dimostra anche come questa radicalizzazione non sia affatto una reazione alla supposta islamofobia della società britannica post-11 settembre: l’84 per cento degli interpellati, infatti, ha dichiarato di sentirsi trattato «molto bene» sia sul lavoro che nella vita sociale e privata. Merito anche di quinte colonne e utili idioti del caso, come ad esempio il sindaco di Londra, Ken “il rosso” Livingstone che ha recentemente benedetto la costruzione di una megamoschea sunnita da 70 mila posti a ridosso del villaggio olimpico che sorgerà nella capitale britannica in occasione dei Giochi del 2012. Un complesso monumentale il cui costo sarà di circa 300 milioni di sterline, parte dei quali saranno forniti dalle tasche dei contribuenti attraverso l’azienda municipalizzata Thames Gateway Development Corporation. Il progetto per la costruzione del nuovo luogo di culto, destinato a diventare il più grande del Regno Unito e in grado di soppiantare la moschea di Birmingham, è nato in seno al gruppo separatista sunnita Tabligh-i-Jamaat, organizzazione finita sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence dopo gli attentati dell’11 settembre. Pur definendosi non violenti e dediti alla predicazione del deobandismo (interpretazione dell’islam che però ha prodotto, tra gli altri, i talebani afghani), in passato i membri di questo gruppo hanno condiviso ideali e luoghi di preghiera con John Walker Lindh, il cosiddetto talebano americano e con Richard Reid, lo “shoe bomber” che voleva distruggere un aereo con esplosivo nascosto nelle scarpe, oltre che con Mohammed Siddique Khan e Shehzad Tanweer, rispettivamente capo e membro del commando suicida del 7 luglio 2005.
Quando fu reso pubblico il progetto della megamoschea, che non avrà minareti, perfino la comunità islamica di Newham, l’area in cui dovrà sorgere, ha immediatamente messo in guardia le istituzioni dal rischio di radicalizzazione della tensione tra musulmani e non musulmani, un potenziale detonatore in un quartiere con il 39 per cento di bianchi, il 33 di asiatici e il 22 di neri. Asif Shakoor, direttore dell’associazione Sunni Friends of Newham, ha dichiarato che «lo scopo di Tabligh è quello di discriminare i musulmani stessi, i cristiani e tutte le altre confessioni. È loro responsabilità la dilagante radicalizzazione delle giovani generazioni e per questo tutti i musulmani dovrebbero prendere posizione contro questa iniziativa». Al riguardo furono anche raccolte delle firme, circa 2.500, ma le intimidazioni che seguirono convinsero i cittadini a desistere.

Il successo di Nick Griffin
«In questo paese ormai non esiste più un’opposizione conservatrice che possa definirsi tale», attacca Melanie Phillips, editorialista del Daily Mail. «Su temi come sicurezza e lotta al terrorismo David Cameron è sempre stato vago, ha preferito riempire intere pagine di giornali con proclami sul “conservatorismo compassionevole”, sulla distruzione dell’eredità thatcheriana e sulla svolta ecologista del partito. Solo oggi, dopo la pubblicazione del report di Policy Exchange, si è deciso ad attaccare le politiche fallite del multiculturalismo e a definire i musulmani che vorrebbero la sharia al pari dei militanti del British National Party, paragone che non solo non regge ma appare addirittura offensivo: per quanto siano lontani da me i seguaci di Nick Griffin (usando toni e argomenti discutibili) vogliono un deciso freno all’immigrazione, non l’instaurazione di un califfato in Gran Bretagna. Il problema è che David Cameron è non solo figlio legittimo del multiculturalismo ma anche della cultura upper-class londinese, gente che non ha idea di come giri veramente il mondo al di fuori del ristretto orizzonte W1 (codice postale dei quartieri a ridosso di Westminster, ndr) e dei ristoranti etnici. Temono il British National Party e l’Ukip alle prossime elezioni? Fanno bene, perché questa volta il rischio del voto di protesta sussiste davvero».
È una situazione, quella descritta, che oltre a porre a rischio l’identità stessa della società britannica porta con sé anche un rischio più imminente e non meno pericoloso: un’ondata xenofoba di ritorno alle elezioni amministrative del prossimo maggio. I segnali, in tal senso, ci sono tutti. Se infatti la svolta liberal e la rincorsa al centro dei Tories di David Cameron hanno di fatto creato un vuoto rappresentativo a destra, anche nel campo laburista le cose non sembrano andare meglio. Un recente sondaggio ha infatti dimostrato come l’elettore tipico del Labour, ovvero il working-class bianco tra i 25 e 45 anni, è sempre più tentato di votare il British National Party (Bnp) come reazione al lassismo del governo sul tema dell’immigrazione e della sicurezza. In aree ad alta densità di immigrati islamici come Barking, nell’East End londinese, addirittura otto bianchi su dieci hanno detto che il Bnp potrebbe essere la loro scelta alle elezioni del prossimo maggio e il rischio di uno sfondamento in zone turbolente come le Midlands e l’area di Birmingham e Nottingham non è più fantascienza: alcuni sondaggi parlano infatti di percentuali a livello locale che potrebbero toccare il 18 per cento.

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