La carica dei bullologi
Parto dalla definizione che del bullismo dà una bozza di circolare del ministero dell’Istruzione: «Il termine italiano bullismo è la traduzione letterale di “bullying”, parola inglese comunemente usata nella letteratura internazionale per caratterizzare il fenomeno delle prepotenze tra pari in contesto di gruppo. Il termine riguarda non solo i comportamenti di prevaricazione ma anche quelli di accettazione e rassegnazione della vittima. La forma diretta si manifesta in prepotenze fisiche e/o verbali. La forma indiretta riguarda una serie di dicerie sul conto della vittima, di atteggiamenti di esclusione che la condannano all’isolamento, altre modalità definite di “cyberbullying”, inteso quest’ultimo come particolare tipo di aggressività intenzionale agìta attraverso forme elettroniche (messaggi sms o telefonate al cellulare, foto o video clip, email, chat o siti web). Questa nuova forma di prevaricazione presenta differenze rispetto al bullismo tradizionale in quanto non consente alle vittime di sfuggire o nascondersi e coinvolge un numero molto più ampio di vittime, è in costante aumento e non ha un contesto definito».
I documenti ministeriali che si propongono di combattere il bullismo propongono parole bene assestate, intenzioni purissime, scenari etici luminosi. Ma resta aperto un problema: quali sono le cause del bullismo? Non è un male originario, è una febbre, sintomo di altro. Il bullismo nasce al punto di intersezione di due sottosistemi universi adulti: quello della famiglia e quello della scuola. È un sottoprodotto del fallimento educativo dell’universo adulto.
Nessuna responsabilità, nessun rischio
Partiamo dalla famiglia. Genitori che giocano a fare gli “amici” dei figli, genitori che rifiutano le responsabilità dell’adulto, genitori che non sanno dire “no”, genitori che rifiutano il ruolo, genitori che hanno paura del mondo in cui vivono, genitori che odiano altri. E sto parlando delle famiglie “normali”, non di quelle sfasciate, non di genitori tossicodipendenti o violenti o assenti. Di quelle famiglie che sanno parlare di etica, di buoni princìpi. Famiglie che hanno disegnato attorno ai loro figli un universo familiare artificiale, senza attriti, senza spigoli, senza dolore, senza sacrificio, senza frustrazioni, senza tempo né storia. Un universo autistico e narcisistico in cui l’altro è vissuto come minaccia o solo strumento della propria realizzazione.
Colpa del ’68? È la tesi di molti, compresa Lidia Ravera, che negli anni Settanta scrisse con Marco Lombardo Radice quel Porci con le ali, che fu la bibbia permissiva di una generazione. Il messaggio era semplice: tutto ciò che fai è un tuo diritto, il mondo ti appartiene, il presente è tutto ciò che hai. Consumalo, vivilo, scomponilo!
Il ’68 è stato un enorme melting pot di culture. Ma questa che Lidia Ravera oggi (auto-)critica severamente fu certo una componente egemone. Ma c’è una constatazione autorevole al riguardo, quello della ventunesima sessione della Conferenza generale dell’Unesco del 1981: «La cultura originaria rivendicata dai giovani nel corso dell’ultimo decennio, fa parte ormai del patrimonio di tutte le generazioni: la libertà sessuale, il diritto alla parola, le forme di espressioni nelle quali la vita e la vita politica si mescolano profondamente, sono dei valori ora riconosciuti da tutti». È la prima volta che una generazione adulta invece di consegnare un lascito alla generazione successiva lo riceve dalla stessa. Gli adulti hanno incominciato a riprodurre comportamenti dei loro figli.
Che succede quando questi “figli” vanno a scuola? L’istituzione scolastica appare ad una consistente minoranza – il 25 per cento nei paesi dell’Ocse, il 38 per cento in Italia – come il luogo del non senso. Il non senso produce disperazione rappresa, depressione, aggressività contro di sé, fino al suicidio, e contro gli altri. Già nella scuola elementare, dove forse la domanda di senso ancora non si pone, viene a mancare una polarità essenziale: quella paterna e con essa il “codice paterno”, quello della norma. Del resto il tasso di femminilizzazione è altissimo: il 95,38 per cento. L’osservazione segnala che fenomeni di bullismo incominciano a manifestarsi già nelle ultime classi elementari. L’esplosione avviene nelle medie e nelle superiori. L’idea che il mondo è a disposizione, che l’altro non è un “tu”, ma il tuo prolungamento, che ci sono diritti infiniti e che il dovere consiste nel farseli riconoscere si intreccia con la rottura puberale, con il cammino tormentato verso l’identità, con la scoperta della corporeità e delle pulsioni libidiche.
Salvate le aule dai pedagoghi
Il fiume che nella famiglia aveva argini incerti non li trova più nella scuola, divenuta centro sociale di intrattenimento amicale-affettivo, ma vuota di sapere del mondo. Sì, ci sono le famose “regole”, che la scuola distribuisce ben stampate e che assomigliano alle “gride” spagnole. E gli adulti nella scuola? Depressi e demotivati a loro volta, spesso “amici” (anche loro) dei loro alunni, chiusi sotto la campana di vetro delle loro lezioni e delle loro classi, sempre che riescano a tenerle in riga.
C’è un rimedio? Non mi sento disfattista se sostengo che non saranno in grado di inventarlo le legioni di esperti, pedagoghi, psicologi e assistenti sociali. In una lettera a Francesco Alberoni, Mario Dupuis, fondatore della comunità Edimar di Padova, che ha raccolto giovani bulli dalla scuola o dalla strada, ha scritto: «L’educazione non può avere come fondamento una preoccupazione etica, basata su istruzioni per un comportamento corretto, ritenute tanto più necessarie quanto più il punto di partenza è trasgressivo; l’educazione è innanzitutto un incontro in cui un io accompagna un altro io a destarsi, ad uscire dai meccanismi di azione e reazione delle cose, dalla sopravvivenza che, seguendo l’emozione del momento, fa aggrappare disperatamente a forme di benessere virtuale. Il bullismo è un grido, grido scriteriato, ma grido. Se mancano adulti che raccolgono questo grido come una sfida alla loro responsabilità educativa, possiamo fare la scuola competitiva, inventare strategie di occupazione positiva del tempo libero, ma rimarrà il grande assente: qualcuno che raccoglie questo grido».
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