Una stagionatura lunga 1000 anni

Di Ranieri Lorenzo
08 Febbraio 2007

L’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, ha probabilmente visto nascere, intorno all’anno 1000, le prime forme di un cacio semigrasso, a pasta cotta, stagionato e conservabile a lungo, non molto dissimile dall’attuale Grana Padano. Le opere di bonifica dei monaci cistercensi a favore di quei terreni paludosi avevano reso possibile l’allevamento bovino e la conseguente produzione di latte e formaggi freschi, purtroppo deperibili. Dalla necessità di non disperdere risorse alimentari così preziose nascono le tecniche di caseificazione del formaggio Grana, tramandate fino a noi nei secoli. I gesti di allora sono i gesti di oggi: la cottura del latte e l’aggiunta di siero naturale e caglio di vitello consentono la formazione della “cagliata” (la massa proteica del latte: il futuro formaggio) che precipita sul fondo della caldaia. Quando la cagliata è pronta viene estratta con un telo e collocata nei vari stampi per completare lo spurgo e affrontare poi le diverse fasi della lunga stagionatura (che va da un minimo di 9 a un massimo di 24 mesi ). Certamente gli ambienti in cui oggi questi processi si svolgono presentano requisiti igienici e organizzazione ad altissimo livello: possono contare inoltre su nuove tecnologie e materiali ma, anche visitando un moderno caseificio, riusciremo comunque a stupirci scoprendo la ritualità presente nei gesti ripetuti, sempre uguali, dei maestri casari e come esista una cadenza nel fare le cose ancora rispettosa del “tempo che ci vuole”.

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