Vada avanti lei

Di Rodolfo Casadei
15 Febbraio 2007
La ritrosia italiana alla prima linea è figlia di una politica che accomuna da sempre governi di destra e sinistra. Un equilibrio precario destinato a saltare in Medio Oriente

Davvero nella questione del braccio di ferro con Washington sull’impegno in Afghanistan il problema è la politica estera di Prodi e D’Alema e la sua “discontinuità” con quella di Berlusconi? Davvero è il peso della sinistra radicale dentro al governo a fare da zavorra all’azione italiana in Afghanistan? Gli alleati dell’Italia hanno ragione di preoccuparsi al punto da incaricare i loro ambasciatori (o dare loro il via libera) di scrivere una lettera aperta al popolo italiano come quella che è stata pubblicata due settimane fa? Guardando onestamente alla realtà dei fatti bisogna rispondere di no alle tre domande.
Le regole di ingaggio dei duemila militari italiani presenti in Afghanistan nella missione Nato provvista di mandato Onu sono le stesse oggi di quando c’era il governo Berlusconi. A mandare i nostri a garantire la sicurezza della ricostruzione civile e istituzionale di Kabul anziché a dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda e a respingere le controffensive talebane è stato il governo del centrodestra. Ed è tutto da dimostrare che se la Casa delle Libertà fosse al potere oggi, le richieste della Nato di inviare truppe da combattimento nelle regioni meridionali del paese verrebbero accolte in maniera diversa da quella scelta dall’esecutivo Prodi (che aggiungerà al contingente un aereo da trasporto C-130 e due velivoli senza pilota).
Vale la pena ricordare che quando ne ebbe la possibilità, il governo di centrodestra non inviò le truppe a combattere con gli alleati. Non l’ha fatto in Iraq, dove ha mandato i soldati solo dopo che Saddam Hussein era caduto; e nemmeno quando due risoluzioni Onu hanno legittimato la presenza di truppe straniere nel paese, Roma ha stabilito di partecipare alla caccia ai ribelli e ai terroristi di al Qaeda e affini: i nostri hanno continuato a occuparsi della ricostruzione delle infrastrutture del governatorato di Nassiriya, ad addestrare le forze dell’ordine locali, a recuperare armi nascoste. Quando sono stati costretti a combattere, è stato per difendersi da aggressioni e agguati.

Da Desert Storm al Kosovo
Chi poi volesse andare indietro nel tempo, scoprirebbe che la partecipazione dell’Italia a operazioni militari internazionali, anche quando legittimate in sede multilaterale, è stata sempre marginale. Il governo Andreotti nel 1991 si limitò a scagliare una squadriglia di Tornado contro le difese irachene al tempo di Desert Storm, operazione di polizia internazionale da 850 mila uomini con mandato Onu contro Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait. Nel 1999 l’esecutivo di Massimo D’Alema partecipò ai bombardamenti Nato (privi di approvazione Onu) sulle forze serbe in Kosovo con un po’ di vergogna, comunicandolo al Parlamento quando gli attacchi erano già iniziati. Prima della caduta del Muro di Berlino contingenti italiani hanno partecipato a operazioni di peacekeeping, ma mai a conflitti combattuti.
La ritrosia italiana alla prima linea, dunque, non è propria dei governi di sinistra, ma di tutti gli esecutivi nazionali di ogni colore, dalla proclamazione della Repubblica ai giorni nostri. E che questa renitenza all’impegno militare vero e proprio sia qualcosa di profondo e di non congiunturale lo dimostra proprio il caso dell’Afghanistan: si tratta apparentemente del caso ideale per un intervento muscoloso sia dal punto di vista formale sia da quello sostanziale. Dall’Afghanistan è partito l’attacco di al Qaeda che ha colpito gli Stati Uniti, alleati dell’Italia; il governo talebano non è mai stato riconosciuto dall’Onu, che ha approvato prima l’intervento occidentale a fianco dell’Alleanza del Nord e poi il processo di transizione che ha portato alle elezioni e all’insediamento di un governo democratico che riceve oggi aiuti da tutti i paesi del mondo; i talebani rappresentano uno dei regimi più oscurantisti della storia moderna, oppressore delle donne, delle minoranze e di tutte le libertà civili possibili e immaginabili. Il loro ritorno al potere rappresenterebbe una pagina buia per tutta la comunità internazionale. Eppure, secondo un sondaggio recentemente reso noto da Repubblica, il 56 per cento degli italiani sarebbe favorevole al completo ritiro dell’Italia dall’Afghanistan. La domanda allora non è tanto “perché non combattiamo in Afghanistan?”, ma piuttosto “che ci stiamo a fare in Afghanistan?”. «Io credo -risponde Lucio Caracciolo, direttore di Limes – che l’unica ragione per cui siamo andati e restiamo in Afghanistan è perché siamo nella Nato e vogliamo continuare a farne parte. Non abbiamo interessi specifici in Afghanistan e difatti ci comportiamo come se non li avessimo. Cioè i soldati vengono tenuti il più possibile lontani dai pericoli».
Il ragionamento non fa grinze e spiega la continuità storica di cui si diceva sopra. L’Italia, uscita sconfitta e traumatizzata dalla Seconda guerra mondiale, ha messo nero su bianco la sua allergia alla guerra nel testo della Costituzione e ha affidato la sua sicurezza alla Nato, ovvero agli Stati Uniti d’America. Da qui l’indubbia generosità con cui negli anni i governi italiani hanno concesso basi e infrastrutture alle truppe americane sul nostro territorio. Ma anche la forte idiosincrasia verso qualunque ipotesi di proiezione esterna della forza militare, vista come un ritorno del rimosso: la tragica esperienza delle spedizioni militari dell’epoca fascista. Di fronte a una crisi internazionale che chiama in causa l’alleato americano e lo strumento di tale alleanza, cioè la Nato, i governi italiani agiranno sempre nella stessa maniera: faranno il minimo indispensabile per continuare ad usufruire dell’ombrello della Nato e niente più del minimo indispensabile.
Tutto chiaro, dunque. Resta solo un problema: che a primavera le due cambiali per le quali l’Italia si è assunta degli impegni – Libano e Afghanistan – arriveranno a scadenza. Gli italiani si troveranno sotto fuoco ostile o per lo meno testimoni di rinnovate guerre civili in due paesi nei quali si sono impegnati a svolgere compiti di peace-keeping lasciando il lavoro sporco ad altri. Quando le bandiere nere di Hezbollah e quelle verdi dei talebani sventoleranno sulle sedi di governo libanesi e afghane, governo ed opinione pubblica italiani dovranno rendersi conto che il mondo è cambiato, e che anche per l’Italia è venuto il tempo di assumersi i doveri della maggiore età.

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